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C'era una volta una città portuale

di CARLO CHENIS*

Giorni fa ci trovammo in Aula Pucci, invero in pochi, per presentare l’Associazione Stella Maris, deputata su piano internazionale all’animazione dei marittimi. La città sembra non sentire il richiamo del Porto. Ci si lamenta di tutto, ma si partecipa a poco. Un diaframma, forse ideologico, forse emozionale, sta sbarrando il territorio dal Porto, alienando la primigenia vocazione di questo territorio. Vocazione che va incrementata, così da evitare la riduzione della città a luogo di transito. La cultura della legalità e dello sviluppo esige il ruolo leader delle istituzioni, rinunciando, tanto ai micro-conflitti interessati, quanto alle macro-denuncie mistificatorie.
Guardando al Porto, che offre molti posti di lavoro e può darne di più, ci si rende conto che occorre qualificare l’accoglienza di quanti operano e di quanti approdano. Sono necessarie strutture e progetti. Questi servono a realizzare l’incontro interpersonale e interculturale. Quelle a garantire luoghi di condivisione e servizio. Tempo addietro lanciai l’idea di istituire una Parrocchia-Oratorio del Porto, che assolvesse a compiti assistenziali, ricreativi, culturali, religiosi. La domanda di questi servizi è incalzante da parte dei marittimi. Ma anche i portuali, che hanno sempre avuto un forte senso di appartenenza, avrebbero in Porto non solo il tempo lavorativo, ma anche momenti di svago. Gli stessi croceristi troverebbero servizi informativi e ristoro spirituale. Urgono, allora, sinergie istituzionali. Urge, soprattutto, capacità di dialogo benevolo, accantonando diatribe partitiche, guerre private, interessi sommersi. Abbiamo a disposizione un tesoro che può essere scoperto e goduto, operando in comunione di intenti, nonostante le diversità di opinioni, di caratteri, di esperienze. Riassettando non solo le reti, ma anche i rapporti, il Porto può diventare più abitabile da parte di tutti: gente di mare e personale di terra. Intanto, bisogna guardare al territorio con lungimiranza. Sebbene manchino ancora le dovute infrastrutture, già servono strategie capillari per dare visibilità al patrimonio archeologico, artistico, ambientale, spirituale. Questa zona ha i requisiti per trasformarsi in museo abitato da una collettività da sa vantarsi del differenziato genius loci e sa tessere un turismo sostenibile. Oltre le masse di visitatori che incombono su Roma, ci sono gruppi che, pur sbarcando in Porto, non fluiscono verso la capitale. Costoro sono potenziali clienti del territorio. È sufficiente partire con un marchio di eccellenza, giocato sul senso di accoglienza e sulla qualità dei servizi. Ci si deve mettere d’accordo. Prima di fiutare furbescamente l’affare personale, occorre garantire onestamente il servizio collettivo. Don Bosco, da grande santo e buon impresario, visitando il Porto 150 anni or sono, avrà certamente sognato qualcosa di nuovo laddove Santa Firmina sembra abbia soccorso i marinai, dove Domenicani e Cappuccini hanno assistito per secoli i portuali, dove vari santi sono approdati dispensando favori spirituali. I sogni dei santi stillano impegni concreti. Non manca la buona volontà. Già Stella maris sta operando in una sede provvisoria, ma ancora angusta. La cappella di Santa Firmina in Forte Michelangelo è stata sdoganata, ma occorrono restauri. Sarebbe opportuno riaprire la Chiesa di San Paolo che un tempo adunava i rematori. E perché non rimediare in Porto spazi per un campetto da calcetto o da basket? L’idea di una Parrocchia-Oratorio in Porto vedrebbe Civitavecchia capofila nel Mediterraneo con un qualificato servizio di assistenza materiale e spirituale. Un profumato fiore all’occhiello, da cui far scaturire il volano per l’animazione turistica verso un territorio che ha subito molte servitù e dispensa pochi servizi.
* Vescovo di Civitavecchia Tarquinia

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