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Influenza suina e terremoto, Federica Falzetti racconta il suo Messico

Dopo Luca Savignani un'altra civitavecchiese parla dei difficili giorni trascorsi con il timore del contagio:  "La paura me la trasmettevano sopratttutto dall'Italia  

Dopo Luca Savignani un'altra civitavecchiese parla dei difficili giorni trascorsi con il timore del contagio:  "La paura me la trasmettevano sopratttutto dall'Italia  

CIVITAVECCHIA  -“La paura è passata ed il Messico sta cercando di tornare alla sua frenetica normalità”. Insieme a Luca Savignani, il tecnico che lavora nella scuola calcio del Milan, c’è anche un’altra civitavecchiese che ha vissuto direttamente a Città del Messico. Si tratta di Federica Falzetti, che da settembre scorso si occupa di comunicazione e marketing presso la Camera di Commercio italiana. “Posso ritenermi fortunata di non aver contratto il virus – racconta – ma chiaramente è stato un periodo di forti paure. Ho letto su Civonline quanto affermato Luca (Savignani, ndr) e sono concorde con lui sul fatto che la cosa più impressionante è stato quel silenzio spettrale e surreale della città definita il “formicaio” per lo stress cronico del traffico, i clacson ed il fiume di persone che più o meno freneticamente invade strade e metro”. Federica ha lavorato anche nei giorni più difficili. Non sono state prese misure di prevenzione dalla Camera di Commercio, visto che non erano stati ravvisati dei rischi: “Il 27 aprile c’è stata anche una forte scossa di terremoto – aggiunge – ma siamo rimasti all’interno della nostra struttura lavorativa perché dopo il devastante terremoto dell’85 è stata ricostruite con misure antisismiche. Qui sono abituati a sentir tremare la terra, ma per me era la prima volta e confesso che non è stata un’esperienza piacevole…”. Tornando al virus dell’influenza suina, Federica Falzetti fornisce anche particolari curiosi di come è stata vissuta in Messico: “Io non ho indossato mascherine – spiega – anche perché c’erano notizie contrastanti sulla loro utilità. Si diceva che dovevano essere cambiate ogni due ore, ma dopo pochi giorni tutti i negozi ne erano prive (la gente del posto ha fatto razzia anche di tanti farmaci, ndr) e capitava di vedere agli angoli delle strade degli ambulanti che le vendevano in offerta speciale. Difficile fidarsi viste le condizioni igieniche”. La sua vita è comunque continuata regolarmente: “Devo ammettere che mi mettevano più ansia dall’Italia, dove amici e parenti erano comprensibilmente preoccupati. Per il resto io ho continuato a fare tutto regolarmente: andavo in ufficio ed al supermercato, evitando solamente i mezzi pubblici”. Riguardo il rapporto con le autorità locali invece: “il presidente Calderon aveva esortato tutti a rimanere a casa, ma insieme ad altri ragazzi ci siamo allontanati dalla città approfittando di un lungo ponte dal 1 al 5 maggio”. Del resto in una Città del Messico vuota c’era ben poco da fare: “Pensate che era vietato anche salutare le persone con la formula tipica messicana (bacio sulla guancia destra e abbraccio, ndr) – racconta ancora Federica – e comunque c’era una psicosi di massa. Non appena si sentiva qualcuno starnutire o tossire scattava l’allarme anche perché i sintomi di questa influenza erano simili a molte altre e la parte più difficile era riconoscerla. Comunque considerando quant’è grande il Messico e le condizioni igieniche generali – pensate che gran parte delle cose si mangiano con le mani e molte persone comprano le vivande sulle bancarelle – le persone contagiate sono state poche. Noi stranieri eravamo adeguatamente informati sulle forme di prevenzione, ma non sapevamo se si poteva sopravvivere al virus. Per fortuna per tutti noi è stato solo uno spavento…”.

 

>C. Imp.

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