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Insulti, teoremi e kamikaze dell’informazione

di MASSIMILIANO GRASSO

 

Quanto accaduto negli ultimi giorni ci restituisce l’esatta immagine di cosa sia diventata Civitavecchia: una città in cui il confronto è scaduto al livello dell’insulto personale, poco importa se il bersaglio sia un rappresentante del Governo o un giornalista reo di scrivere cose che non piacciono a qualche kamikaze dell’informazione fascio-comunista.
E’ chiaro che l’opposizione fa il suo mestiere: stupirebbe se non avesse chiesto le dimissioni di Moscherini, così come – soprattutto in Italia – la vera notizia sarebbe se un Sindaco di una qualsiasi città rimettesse l’incarico per un avviso di garanzia anche se per un reato grave come quello ipotizzato.
Ciò che lascia sconcertati è quanto avvenuto attorno al nocciolo della vicenda, che si può ridurre a questo interrogativo: un anno fa, ricevuta l’informazione di garanzia, Moscherini avrebbe comunque dovuto riferire al Consiglio Comunale, oppure era nel suo pieno diritto anche, per così dire “politico”, attendere il processo e non cedere a quella che secondo lui è “una nuova macchinazione per cercare di cacciarlo – per via giudiziaria – dal Comune” dove è stato eletto dalla maggioranza dei cittadini?
Il resto conta poco finché non ci sarà una sentenza definitiva di condanna o assoluzione e cercheremo per l’ennesima volta, a chi con un teorema assurdo ha ispirato – più o meno consapevolmente e volontariamente – tutta questa manovra di spiegare perché, carte alla mano.
La tesi del teorema, finemente utilizzato dall’onorevole Tidei per “incastrare” il suo avversario di sempre facendo certificare dal Viminale le accuse di concorso in corruzione e istigazione alla corruzione mosse a carico del Sindaco, è che nel porto di Civitavecchia ci sia la mafia. Non il semplice rischio di infiltrazioni, riconosciuto da tutti visti gli ingenti appalti portuali, ma la certezza che dietro l’idea del terminal Cina (che è, appunto, solo un’idea che Moscherini ha cercato di sostenere, finora senza successo, in tutte le sedi descrivendolo come l’infrastruttura indispensabile al salto di qualità dello scalo) si nascondano le manovre di clan della ‘ndrangheta che avrebbero già in mano il porto.
Tutto parte all’inizio dell’anno quando i kamikaze dell’informazione, prendendo spunto da “Gomorra” di Saviano, imbastiscono una serie di bufale sostenendo che armatori come Cosco (la flotta di stato cinese dei container) avrebbero interesse alla realizzazione del terminal Cina e che dietro a tutta l’operazione ci sarebbe l’arrivo dei clan camorristi o calabresi. A questi sogni (magari, peraltro, Cosco fosse interessata al porto di Civitavecchia: ci sarebbe da festeggiare per i risvolti lavorativi che una simile presenza comporterebbe, ma su queste cose evidentemente i kamikaze non si documentano, forse perché semplicemente non gli interessano) si sono poi aggiunte le dichiarazioni rilasciate in un convegno e riprese dall’ultima relazione dell’antimafia sulla presenza nell’alto Lazio dei Casamonica e sui legami con un imprenditore romano con forti interessi in Calabria, implicato in vicende connesse alla malavita organizzata a Gioia Tauro.
Nell’interrogazione di Tidei si leggeva, come dichiarazione attribuita al vice-segretario dell’associazione Caponnetto e ripresa dal solito giornale: «Al posto dei mafiosi arrestati a Gioia Tauro è subentrato il gruppo imprenditoriale romano guidato da Pietro D’Ardes con il sostegno del sodalizio criminale dei Casamonica, cosca che opera a Roma, nel Lazio, in provincia di Viterbo e sulla costa dell’Alto Lazio, tra Tarquinia, Civitavecchia e Montalto di Castro» e «Alcuni del clan Casamonica erano già stati arrestati a Viterbo a Giugno, il D’Ardes è stato preso il 22 Luglio a Gioia Tauro»
Attorno alla figura di tale Pietro D’Ardes ruotano gli equivoci generati dalla risposta del sottosegretario Reina all’interrogazione per quanto riguarda i “fatti specifici del porto di Civitavecchia” di cui si fa menzione nell’atto ispettivo (che per chi non lo sappia è l’interrogazione stessa di Tenaglia e Tidei e non una ispezione del ministero degli Interni o della Dia). D’Ardes risulta essere stato arrestato lo scorso anno al termine di una operazione della Dda di Reggio Calabria. A Gioia Tauro, appunto, dove operava, mentre a Civitavecchia – lo ripetiamo – non risulta aver messo neppure un mattone. A meno che i kamikaze che hanno originato tutta la manovra per screditare il porto di Civitavecchia non sappiano qualcosa che neppure il Ministero degli Interni scrive e che neppure lo stesso Tidei conosce, visto che nella sua replica a Moscherini ha tenuto a correggere la frase iniziale sulle “infiltrazioni mafiose nel porto di Civitavecchia” con una più generica relative alle “infiltrazioni nell’alto Lazio”, che peraltro il Viminale sostiene di tenere completamente sotto controllo.
Fatte queste precisazioni, il quadro è completo: c’è una figura istituzionale (prima Presidente dell’Authority, poi Sindaco) che paga la nota ed estrema superficialità con cui si circonda di persone quantomeno discutibili che lo mettono nei guai (si veda ad esempio la signora M. che lo ha tirato dentro il caso di presunto concorso in corruzione), ma che – da civitavecchiesi – crediamo e speriamo che non sia un mafioso o un corruttore di carabinieri. A tal proposito, anzi, sarebbe interessante invece capire come mai questa vicenda sia venuta alla luce nel 2008, riferendosi a fatti del 2004, relativi peraltro ad un’altra indagine, per mafia, terminata nel 2006 con la richiesta di archiviazione avanzata dallo stesso pm per “insussistenza di elementi” al di là di semplici illazioni.
C’è poi il Moscherini furioso, che sbaglia i toni quando definisce un “deficiente” il sottosegretario, reo di aver risposto ad una interrogazione “ben confezionata” dai deputati del Pd. Non deve essere Reina il bersaglio dell’ira moscheriniana. E, suonerà paradossale, neppure Tidei.
La gente è stanca di una storia infinita fatta di accuse e insulti pesantissimi da una parte e dall’altra. Per di più in un momento di crisi come questo, c’è bisogno di voltare pagina. Nei contenuti, prima ancora che nelle persone: diteci come recuperare posti di lavoro e offrire servizi decenti ai cittadini, come realizzare questa o quell’opera, anziché parlare di vacche, cancelli e padrini o picciotti che non esistono.
Infine, c’è la stampa kamikaze fascio-comunista, che ha dato il via ad una campagna che, in primis, danneggia il porto di Civitavecchia. Dire che lo scalo è in mano alle cosche, equivale ad impedire l’avvicinamento di possibili investitori (onesti) ai quali sicuramente non farebbe piacere impelagarsi in una realtà di mafiosi e di clan malavitosi. Anche qui, poi, il kamikaze sull’orlo di una crisi di nervi si lascia andare all’unica cosa che, evidentemente, sa fare: insultare e raccontare bufale.
Seapress è un’azienda che si occupa di quotidiani, periodici, libri, radio, televisione, internet: in 12 anni ha saputo ritagliarsi uno spazio, per piccolo che sia, nell’informazione dell’alto Lazio, ben prima che il sottoscritto venisse chiamato ad occuparsi della comunicazione dell’Autorità Portuale, le cui forme e modalità vengono peraltro decise dal Presidente dell’ente. E certo non sono i servizi svolti per Molo Vespucci (che incidono sul fatturato per meno del 5%, altro che cinque o sei zeri come sostiene il kamikaze) a consentire, da soli, alla Seapress, o alla Provincia, di dare lavoro a più di 20 persone. Sono servizi richiesti anche ad altri quotidiani, periodici e agenzie di pubblicità, come è facile verificare, e che l’azienda svolge per decine di altri enti pubblici e soggetti privati. Come del resto fa il giornale che gode tanto a tirarci in ballo: è vero, fummo noi, nel 2004, ad aprire le edizioni di Civitavecchia e Viterbo dei quotidiani poi passati in mano ai kamikaze dell’informazione. Anche l’attuale direttore responsabile iniziò a collaborare con Seapress, che sostituì con gli attuali sistemi editoriali utilizzati dai kamikaze vecchi programmi di archeologia editoriale, basati sull’Ms-Dos. Poi, non ci fu nessuna pugnalata: fu l’azienda che il Ciarra si vantò di guidare a “Report” (da lì partì l’inchiesta che ha portato ad indagarlo per truffa per i 5 milioni di euro annui percepiti tra il 2002 e il 2005 come provvidenze per l’editoria che sarebbero stati raddoppiati indebitamente, secondo l’accusa) che, dopo la sconfitta di Storace (la Regione contribuiva con diversi zeri ad acquistare pagine istituzionali su giornali che, ieri come oggi, vendevano poche centinaia di copie), rescisse il contratto dopo che la Seapress si dissociò da alcune “trovate” di dubbia correttezza. 
Ci sarebbe tanto da dire, e, anzi, cari kamikaze, se vi capita di venire anche a Civitavecchia, oltre che di scriverne a distanza grazie a qualche sapiente suggeritore perennemente collegato per diffondere pettegolezzi da bottega di barbiere, parliamone pure in un confronto pubblico.
Così vedremo se l’Ordine dei Giornalisti avrà più ragione nel radiare il sottoscritto come chiesto dai kamikaze dell’informazione fascio-comunista  o nel continuare, come fa da oltre dieci anni, a negare l’iscrizione a chi, essendo stato condannato diverse volte è ritenuto indegno di iscriversi all’Ordine ed è costretto a nascondersi dietro svariati pseudonimi per scrivere sui suoi giornali, affidando le sue stesse aziende a prestanome ottuagenari. Chiedergli i danni sarà anche inutile, se è vero, come si legge da più parti, che il Fisco attende che versi quasi un milione e mezzo di tasse e che, almeno prima dell’elezione a Senatore della Repubblica, risultava residente per l’anagrafe in una camera e servizi annessa a un capannone industriale dove ha sede la tipografia dei suoi giornali. Dove sovente bussava l’ufficiale giudiziario. Invano.
Ma fortunatamente, come dimostra ogni giorno anche la diffusione, i lettori sanno scegliere e valutare. Giornali, giornalisti. E kamikaze.
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