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La mancanza di cultura della portualità nella politica

Quanto accaduto negli anni scorsi, ma anche quanto sta succedendo in questi giorni attorno all’Autorità Portuale di Civitavecchia, denota un aspetto preoccupante della classe politica italiana, ben noto agli addetti ai lavori, ma sempre destinato a passare in secondo piano: la pressoché completa mancanza di una cultura della portualità in chi ha il potere ed il compito di definire le linee di sviluppo e la programmazione di un settore che da solo – come è normale che sia in un Paese per tre quarti circondato dall’acqua – vale il 2,7% del Pil nazionale.
Fin quando tutto verrà ridotto ad una questione di poltrone (e di appalti), il rischio che le ingerenze della politica su enti nati principalmente come soggetti deputati alla regolazione di mercati a concorrenza ristretta, e quindi sulle dinamiche di un sistema economico, producano conseguenze devastanti rimangono più forti che mai.
E il problema non nasce oggi, con il procedimento di commissariamento di Ciani, ma proprio con l’infornata di nomine relative al terzo quadriennio delle Autorità Portuali: esaurita, per i presidenti nominati subito dopo il varo della legge 84/94, la possibilità di ulteriori riconferme (la norma prevede per il Presidente un massimo di due mandati consecutivi in ciascuna Authority), il terzo giro di valzer ha pescato a piene mani dalla politica, dopo la prima “generazione” proveniente soprattutto dal sindacato e dalle imprese. I risultati non sono certo esaltanti e l’accentuato potere dei Presidenti previsto nel ddl di riforma, dovrebbe indurre ad una ulteriore seria riflessione sulle competenze delle figure da nominare alla guida delle “nuove” Autorità Portuali, oltre che – ma questo è un risultato sicuramente più difficile da raggiungere – sulla necessità di creare una vera forma di cultura della portualità, a partire dalla classe politica.

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