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«Don Carlo era uno di noi»

La diocesi tutta mercoledì scorso al Santuario delle Grazie ha partecipato alla cerimonia della traslazione del feretro dell’amato presule Il vescovo Reali: «Ci ha lasciato in eredità la sua fede ‘‘robusta’’come quella del profeta Giobbe. Ne avevamo bisogno»

La diocesi tutta mercoledì scorso al Santuario delle Grazie ha partecipato alla cerimonia della traslazione del feretro dell’amato presule Il vescovo Reali: «Ci ha lasciato in eredità la sua fede ‘‘robusta’’come quella del profeta Giobbe. Ne avevamo bisogno»

ALLUMIEREdi MATTEO MARINARO
ALLUMIERE – «Non ho gustato il Paradiso, ma l’ho pregustato nel sorriso delle persone che mi hanno voluto bene ». Queste le parole più significative del testamento spirituale dell’amato presule Carlo Chenis, che ogni fedele della diocesi porta ancora scolpite nel cuore. E ce ne erano tante di ‘‘quelle persone’’ mercoledì scorso presso la piccola chiesa all’aperto del Santuario della Madonna delle Grazie dove si è tenuta la cerimonia della traslazione del feretro di Don Carlo. Tante persone riunite in preghiera e nel silenzio fin dal mattino, quando le spoglie hanno compiuto l’ultimo viaggio dal cimitero di Allumiere fino in cima al Monte delle Grazie, che domina tutta la diocesi. Nel pomeriggio dopo la recita del Santo Rosario, la salma del presule è stata portata a spalla dai membri dell’Unitalsi di Civitavecchia fino alla navata centrale della nuova chiesa all’aperto (il cui progetto di restauro era stato curato dallo stesso Don Carlo). Sopra all’altare, proprio dove anticamente sorgeva il santuario, è stata posta l’incantevole statua marmorea della Vergine fortemente voluta dal Vescovo scolpita dall’artista Francesco Vellitri di Lavinio. L’immagine è stata benedetta al termine della solenne celebrazione in suffragio presieduta dall’amministratore apostolico Gino Reali. Alla santa messa erano presenti anche i famigliari, i parenti e gli amici più stretti di Chenis; seduti in prima fila anche tutti e sei i sindaci dei comuni della diocesi e gruppi di fedeli provenienti dalla Sardegna e dal Piemonte. Intenso il ricordo nell’omelia del vescovo Reali che ha sottolineato quanto l’episcopato di Chenis fosse radicato nelle Sacre Scritture. «Se siamo qui riuniti – ha precisato il vescovo Reali – è perché vogliamo anche ringraziarlo per l’amore che ha riversato fin dal primo momento su tutta la sua Chiesa particolare. Don Carlo era uno di noi. Non sono ancora passati tre mesi dalla sua dipartita, ma è immutato l’affetto dimostrato da quella folla immensa che si strinse in un grande abbraccio durante le esequie celebrate in porto. Lo stesso amore che Don Carlo espresse con la sua sapienza nel comunicare la parola di Dio, con la sua passione per la Chiesa, della quale conosceva in maniera approfondita la storia e le persone, ed io stesso ne sono testimone». L’amministratore apostolico, come fece il giorno del funerale nel porto il Cardinal Bertone, ha voluto sottolineare la grande fede che il presule dimostrò soprattutto nel momento della prova. Chenis si è fatto testimone dell’amore per ‘‘Cristo sofferente’’. «Lo vogliamo ringraziare per la sua testimonianza di fede e carità – ha aggiunto Reali – che ci ha mostrato nella malattia. Anche se da parte nostra restano tanti perché ringraziamo il Signore per avercelo dato come pastore. Nel progetto di Dio il tempo del compimento non si misura negli anni e nei giorni, ma nella qualità dell’Amore. Don Carlo ci ha lasciato in eredità l’importanza di curare una fede ‘‘robusta’’. La sua fede che per tanti tratti sembra simile a quella del profeta Giobbe esempio nella sofferenza che nella Sacra Scrittura esclama ‘‘Il mio redentore è vivo ed io vedrò il Signore’’. Una fede che vuole imprimersi sul piombo, sulla roccia e sulla carne delle persone. Grazie Don Carlo per questa fede ‘‘riconsegnata’’ nella nostre mani e nella nostra vita, a noi serve una fede così». Al termine della celebrazione eucaristica il feretro è stato quindi collocato nello spazio ricavato di fronte all’altare proprio dinnanzi alla nuova statua marmorea della Vergine delle Grazie. All’interno della tomba sono state riversate tre ciotole di terra provenienti rispettivamente dai 3 luoghi più significativi della vita sacerdotale del vescovo: il Piemonte, la Sardegna ed Civitavecchia, quindi il Lazio. Mercoledì scorso è stata anche inaugurata l’effige del santo eremita che fondò il santuario Fra Giovanni Galeotti, ed è stata collocata all’ingresso dell’antico romitorio.

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