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Mafia, i rischi nel porto e il riciclaggio in città

Relazione della Dia e interrogazioni parlamentari nella cover story dell’ultimo numero della Tribuna. Il pericolo di infiltrazioni è reale, ma c’è chi strumentalizza commenti a dati statistici poco rilevanti creando confusione, come nel caso del presunto asse Cina-Camorra sui container. Da analizzare i dati sull’acquisto di attività commerciali 

Relazione della Dia e interrogazioni parlamentari nella cover story dell’ultimo numero della Tribuna. Il pericolo di infiltrazioni è reale, ma c’è chi strumentalizza commenti a dati statistici poco rilevanti creando confusione, come nel caso del presunto asse Cina-Camorra sui container. Da analizzare i dati sull’acquisto di attività commerciali 

CIVITAVECCHIA – Il porto di Civitavecchia nelle mani delle organizzazioni mafiose, un teorema che a quanto pare sono in molti a cercare di dimostrare. E’ quanto emerso soprattutto nelle ultime settimane, partendo da un dato fondamentale: lo scalo, in quanto sistema economico in cui si concentrano investimenti per centinaia di milioni di euro, inevitabilmente diventa obiettivo ad elevato rischio di infiltrazioni della malavita organizzata interessata ad accaparrarsi appalti. Un dato quasi scontato, che da tempo induce enti pubblici ed investigatori a tenere alta la guardia. In questa parte del mosaico si inserisce l’interrogazione di Tidei a Reina relativa ad una indagine antimafia con al centro il sindaco Moscherini, che ha portato quest’ultimo a polemizzare in maniera accesa con il sottosegretario. Concorso in corruzione e istigazione alla corruzione, due accuse dalle quali il primo cittadino si è dovuto difendere in sede politica da chi tuttora sostiene che proprio il Governo di centrodestra lo avrebbe scaricato. Nello stesso contesto, l’informazione sollecitata da Tenaglia e Tidei, relativa all’arresto dell’imprenditore Piero D’Ardes, che nel contesto della risposta del sottosegretario Reina viene inserito tra i ragguagli da dare sulle richieste connesse al porto di Civitavecchia. Tutti aspetti snocciolati nell’ultimo numero in edicola de La Tribuna, in cui si cerca di rispondere ad una domanda: a chi giovano i titoli del Corriere della Sera riguardanti l’asse Cina-Camorra, per il quale addirittura il porto di Civitavecchia avrebbe sostituito quello di Napoli? Un fatto è certo: dalla relazione della Dia si evince chiaramente che il riferimento a Civitavecchia è tutto contenuto in un paragrafo ‘‘a seguito dei numerosi sequestri operati in quello di Napoli è al porto di Civitavecchia che si sta concentrando la maggior parte delle operazioni di sdoganamento dei containers contenenti merce prodotta in Cina e introdotta in regime di contrabbando’’. La realtà è diversa: di sequestri ce ne sono stati un paio, e di container nel porto di Civitavecchia ne arrivano pochissimi (16.000 nel 2008, di cui solo poche centinaia dalla Cina, rispetto agli oltre 320.000 di Napoli). Tutt’altra cosa rispetto all’inquinamento degli appalti, sul quale la guardia è altissima, come confermato dal presidente dell’Authority Ciani, e rispetto al riciclaggio di denaro, fenomeno sempre più diffuso in tutto il Lazio, compresa Civitavecchia, dove c’è chi acquista in contanti per centinaia di migliaia di euro attività commerciali e ristoranti. Che i clan stiano tentando di mettere radici è fuor di dubbio. Così come che qualcuno voglia invece usare il ‘‘richiamo’’ del porto per strumentalizzare anche il rischio-mafia. «In questo senso – ha concluso l’altro giorno Ciani – fortunatamente abbiamo nel procuratore Amendola una figura che, anche con la sua storia di magistrato, offre le migliori garanzie di attenzione e conoscenza del fenomeno e dei rischi di infiltrazione».

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