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"Assistere disabili non può essere solo fonte di reddito"

CIVITAVECCHIA – Sono il papà di una ragazza portatrice di handicap; Scrivo, con la lucidità solo parzialmente recuperata di genitore che ha appreso, dalla stampa locale, il fatto sui presunti maltrattamenti a donne portatrici di handicap ricoverate a tempo pieno presso una struttura ‘specializzata’ di Civitavecchia che ha portato all’arresto, da parte dei Carabinieri, di un infermiere all’interno dell’ Rsa Calamatta durante il suo turno di lavoro, a seguito di una denuncia di due lavoratori della struttura, o, più probabilmente, dopo le indagini relative alla morte, l’inverno scorso, di due anziani avvenuta a S.Severa in una casa di riposo privata, ed estese a tutte le strutture residenziali del comprensorio. Sembrerebbe che i militari abbiano filmato, durante l’arresto, diverse degenti legate alle sedie e ai letti ed altre rinchiuse all’interno delle stanze; dalla visione dei filmati, sembra si siano scoperte percosse e costrizioni, nonchè violenze psicologiche. L’arrestato è un dipendente della Società Sea. Come si riesca ad usare violenza a persone indifese, in stato di bisogno di assistenza totale, completamente dipendenti, (in questo caso alla mercè), di lavoranti, ospiti di una struttura specificamente pensata(?) per accogliere persone svantaggiate, non si riesce a comprendere. Che la magistratura appuri se si tratti di cose realmente accadute, (Dio non lo voglia), e per quanto tempo questi presunti abusi siano o meno stati subiti. A noi, comunque, rimarrà l’angoscioso pensiero che qualcosa di terribile possa essere accaduto a queste sfortunate. L’avere insinuato anche questo atroce dubbio nelle famiglie già così duramente provate da una vita di rinunce, sacrifici e fatica, dovuta alla lotta quotidiana contro l’handicap, senza nessun ausilio, in un territorio come il nostro, notoriamente privo di strutture, ci fa crescere la rabbia. Viene da chiedersi se il personale operante in queste realtà, segua un percorso di “osservazione”, se venga preventivamente selezionato e valutato in relazione alla delicata mansione da svolgere, dimostrando specifici requisiti, non solo quelli professionali, e sia sottoposto ad esami mirati, tesi a certificarne l’idoneità, fisica e psicoattitudinale, anche dopo l’assunzione, attraverso controlli periodici di revisione.(come in molte altre categorie) . L’assistere persone colpite da disabilità non può essere considerato solo un lavoro che produca reddito. Il rapporto, seppur lavorativo, deve essere motivato principalmente da etica professionale, da dedizione e dall’attenzione per ” l’ altro “, inteso come essere alla pari, come individuo capace di dare oltre che ricevere; le professioni che implicano aiuto alla persona sono pratiche lavorative pericolose se vissute in altro modo e possono provocare quello che nel mestiere, dagli addetti ai lavori, viene definito burn-out, un esplosione, un incendio che provoca estreme conseguenze per se e per gli altri! E’ necessario adottare sistemi di controllo e salvaguardia per cui chi vive il disagio della disabilità venga tutelato e protetto nel modo più giusto, garantendo i diritti universali riconosciuti da statuti, leggi e convenzioni, tutelando anche le aspettative legittime dei genitori, oggi più che mai, preoccupati per “il dopo di noi”, affinchè i nostri figli, quando non ci avranno più, non finiscano in mani avide ed indifferenti. Mi auguro che questa vicenda, l’ennesima di questo tipo, trovi chiarezza e giustizia, così come auspico che oltre alla Magistratura anche la Pubblica Amministrazione effettui controlli e verifiche serie e capillari sulla gestione di tutte le strutture assistenziali affinchè siano residenze di sollievo e non di ulteriori sofferenze”.
F.D.

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