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Una perdita enorme per tutta la città

di MASSIMILIANO GRASSO
Se n’è andato un buon pastore di anime, una persona di cultura e di grande intelligenza e sensibilità, un autorevole uomo di Fede e di Chiesa, destinato ad incarichi sempre più importanti, un amico per molti civitavecchiesi che con lui avevano ritrovato un riferimento in cui riporre fiducia e speranza per i loro guai, i loro problemi, i loro dubbi. Se n’è andato, dopo soli 3 anni, un Vescovo salesiano, il primo nella storia di Civitavecchia. Non è retorico affermare che monsignor Carlo Chenis era tutto questo, ed ancora di più, per una diocesi che con lui, grazie a lui, si era riscoperta comunità.
Quando arrivò, era il 24 febbraio del 2007, lo avevano preceduto la sua fama di teologo e la sua autorevolezza in Vaticano, dove, oltre ad essere stato per 12 anni segretario della Pontificia Commissione per i beni culturali della Chiesa, era una delle persone più vicine al Segretario di Stato Tarcisio Bertone, con cui aveva lavorato a lungo in Liguria e Piemonte.
Invece, l’approccio con la città fu quello di un vero discepolo di don Bosco. Il primo giorno lasciò sgomenti i suoi collaboratori, che per qualche ora ne ‘‘persero le tracce’’. Al suo rientro in curia, con la sporta della spesa sotto il braccio, fu lui a stupirsi per tanta apprensione: «Sono stato al mercato, per stare un po’ tra le gente. Cosa c’è di strano?».
In questo banale episodio c’è tutta la semplicità di una personalità al tempo stesso complessa come quella di monsignor Chenis, che in poche settimane fotografò perfettamente la situazione ed i problemi di carattere sociale di Civitavecchia: il disagio dei giovani, la necessità di riempire un pericoloso vuoto di proposte, anche da parte della Chiesa, per sottrarre i ragazzi ai rischi più frequenti proposti dalla società odierna. E ancora, l’urgenza, per la città, di ritrovare la propria identità, superando ogni tipo di sterile divisione e contrapposizione. Tutti temi sempre presenti negli interventi del vescovo, che fin da subito aveva compiuto il suo ‘‘piccolo miracolo’’: quello di salvare l’oratorio salesiano che rischiava di chiudere e di ridare speranza al territorio.
Chenis volle entrare in città da Porta Livorno, come fece don Bosco. E stabilì da subito un legame molto forte con il porto, che a suo avviso costituita la grande opportunità di riscatto e di crescita per Civitavecchia ed il comprensorio. Fissò la sede episcopale nella casa di Santa Fermina, per poter vedere il mare dalla finestra. E per il porto pensò e realizzò un centro pastorale ed una parrocchia. Il raduno delle confraternite nella parte storica dello scalo, lo scorso luglio, fu un evento così grande e toccante, una festa ed un tripudio di colori così gioioso che lo portò a dire che era uno dei giorni più belli. Forse anche per quello – allora non sapeva ancora di essere malato – ha scelto quella stessa cornice per il suo estremo saluto, prima di partire per un viaggio al quale, da uomo di Fede, si era preparato serenamente quando, poco prima di Natale, aveva ricevuto il responso dei medici, che gli lasciavano pochissime speranze.
E ancora una volta stupì, con la sua forza d’animo, chi lo andava a trovare per portargli una parola di conforto. Finiva regolarmente che era ‘‘don Carlo’’, come ancora affettuosamente lo chiamavano i ‘‘suoi’’ salesiani, a rincuorare chi restava sgomento e con gli occhi lucidi. Civitavecchia perde una guida, un ottimo Vescovo, un caro amico, una grande persona. Addio, don Carlo.

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