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Pescatori in crisi: «Siamo a rischio fallimento»

La cooperativa Marinai e Cataristi scrive alle istituzioni per sollecitare interventi concreti ed immediati. Caro gasolio, prescrizioni comunitarie e prezzi non concorrenziali: il settore chiede aiuto

La cooperativa Marinai e Cataristi scrive alle istituzioni per sollecitare interventi concreti ed immediati. Caro gasolio, prescrizioni comunitarie e prezzi non concorrenziali: il settore chiede aiuto

CIVITAVECCHIA – È sempre più emergenza per il settore della pesca. Tanto che la Cooperativa Marinai e Caratisti, società che rappresenta la totalità dei pescherecci del compartimento di Civitavecchia, esercitanti la pesca a strascico, ha scritto all’autorità garante alla concorrenza, al Ministro delle politiche agricole, al presidente della repubblica e al presidente del consiglio, rappresentando l’ormai insostenibilità della propria attività «che – spiegano – oltre ad essere minacciata dal “caro gasolio” sta subendo le rigide prescrizioni comunitarie che non distinguono minimamente la differenza che c’è tra la pesca che può essere esercitata in nord Europa (ed oceanica) e la pesca che, per le caratteristiche specifiche, viene esercitata nel mar Mediterraneo». Il rischio è quello del fallimento se non  si interviene per tempo. Uno dei problemi citati è quello, ad esempio, della larghezza delle maglie «che trova – hanno agigunto – una logica biologica qualora venga esercitata la pesca nell’oceano, ma rende impossibile l’esercizio della pesca nel Mediterraneo, ed in particolare nel mar Tirreno, che ha evidenze biologiche macroscopicamente diverse. Molte qualità ittiche come gamberi, moscardini o calamaretti, che sono storicamente e tradizionalmente oggetto della pesca esercitata nel Tirreno non possono più essere pescate applicando le nuove reti imposte dalla Comunità Europea. I prodotti ittici così ottenuti vengono poi commercializzati nel mercato italiano ad un prezzo che, in relazione ai loro prezzi di produzione e alla sostanziale mancanza di dazi doganali adeguati, è certamente inferiore a quello che è possibile praticare per noi. Non solo. Il pescato giornaliero Italiano è sottoposto ad un rigido controllo sanitario, che comporta anch’esso un aggravio dei costi a carico del produttore: altrettanta rigidità non si rinviene nei prodotti importati che non assicurano, sotto questo profilo, la sicurezza “alimentare” che viene, invece, assicurata dal prodotto italiano». I pescatori parlano poi della necessità di una “leva fiscale” che consenta di abbattere i costi di produzione. «Solo così – spiegano – sarà possibile mantenere una struttura produttiva efficiente che consente non solo di commercializzare un prodotto ittico di grande livello qualitativo ad un prezzo appetibile sul mercato, ma soprattutto di mantenere in vita una importante e tradizionale attività produttiva che impiega migliaia di famiglie italiane».

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