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"Chiedo giustizia per mio figlio"

CIVITAVECCHIA – Chiede giustizia Marisa, la mamma del giovane Alessandro Nasta morto a bordo dell’Amerigo Vespucci, precipitando da un’altezza di 20 metri. «Il Vespucci – scrive la madre – nave simbolo, di quelle che arrivi nel porto e trovi giù gruppi di ragazzini estasiati e capannelli di persone lì pronte a scattare foto. Che orgoglio essere sul Vespucci. Peccato che pochi sappiano che lassù ci sono ragazzi con la divisa da nocchieri a fare acrobazie per aprire e chiudere le vele». Quello che stava facendo Alessandro. Peccato però, denuncia la madre, che per un lavoro del genere i nocchieri non fossero muniti di protezioni sufficienti. «Alessandro era consapevole che senza protezioni anche una svista avrebbe potuto essere fatale. Ma non poteva fare nulla, perché un ordine è un ordine. E va eseguito. Un attimo gli è stato fatale. Diciassette metri. Solo un miracolo l’avrebbe salvato. Se ci fossero state delle benedette reti o qualche altra protezione Ale adesso sarebbe con noi. Magari un po’ ammaccato, ma sicuramente solare, come sempre. Qualcuno – continua Marisa – sostiene che la nave ha la sua storia e che la tecnologia e l’ingegneria non devono intaccarla. Bene, a quel qualcuno mostrerei il sorriso che ha spento. Mostrerei la mia casa vuota, che mai più sarà la stessa. E la mia famiglia, colpita duramente al cuore». E arriva l’appello: «Facciamo in modo che non ci sia il prossimo». Poi la promessa, fatta davanti la bara del figlio: «Ho giurato che avrei fatto luce sulle circostanze della sua morte, che avrei dato un senso a quella tragedia, aiutando i suoi colleghi, gridando che quelle protezioni evidentemente non bastano».

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