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L’inchiesta su ‘‘Arciere’’ porta fino al porto

Dopo l’arresto, il maresciallo che arrestò Riina, riferì di aver acquisito informazioni da un personaggio legato allo scalo locale, dove dovevano arrivare i mobili dei Savoia. L’indagini partì nel 2004 quando il militare prese contatti con una banda di ladri per recuperare i pezzi di valore trafugati a Stupinigi. Il pm Arnaldi: «La mobilia non è mai giunta a Civitavecchia, è solo un depistaggio inscenato dall’imputato, che è in cura presso un medico locale»

Dopo l’arresto, il maresciallo che arrestò Riina, riferì di aver acquisito informazioni da un personaggio legato allo scalo locale, dove dovevano arrivare i mobili dei Savoia. L’indagini partì nel 2004 quando il militare prese contatti con una banda di ladri per recuperare i pezzi di valore trafugati a Stupinigi. Il pm Arnaldi: «La mobilia non è mai giunta a Civitavecchia, è solo un depistaggio inscenato dall’imputato, che è in cura presso un medico locale»

CIVITAVECCHIA – Il porto di Civitavecchia giocherebbe un ruolo del tutto relativo. Eppure rivelazioni riguardanti presunti personaggi operanti nello scalo sono finite sul tavolo del Sostituto Procuratore della Repubblica di Torino Enrico Arnaldi Balme, nell’ambito dell’inchiesta sui mobili antichi trafugati nel 2004 dalla Palazzina di Caccia dei Savoia a Stupinigi, a seguito della quale è finito ai domiciliari Riccardo Ravera, il noto maresciallo ‘‘Arciere’’, braccio destro del capitano dei carabinieri ‘‘Ultimo’’, nell’operazione che portò all’arresto di Totò Riina nel 1993. Ravera, ormai da tempo in forza al nucleo tutela patrimonio culturale dell’Arma, secondo gli atti dell’accusa si sarebbe occupato di un’indagine per recuperare la refurtiva di Stupinigi, per un valore di 20 milioni di euro, coadiuvato dal sovrintendente di polizia Giuseppe Cavuoti. I mobili furono poi recuperati nelle campagne del torinese due anni fa e Ravera ottenne la medaglia dell’Ordine Mauriziano (l’ente risulta essere proprietario del complesso di Stupinigi). E qui entra in gioco Civitavecchia. La Procura di Torino infatti, ritiene che per lucrare sulla ricompensa di 250mila promessa dall’Ordine a chi avesse recuperato la refurtiva, Ravera avrebbe preso contatti con tale Adriano Decolombi, nomade sinti a capo della banda di ladri, al quale avrebbe consentito di intascare i 250 mila euro, evitando inoltre di denunciarlo in cambio di informazioni riguardanti il percorso fatto dalla refurtiva. A questo punto le carte si scoprono, i due tutori dell’ordine vengono arrestati e – secondo il pm – avrebbero raccontato una serie di bugie per depistare le indagini. Spunta il nome di ‘‘Calogero’’, misterioso personaggio legato al porto di Civitavecchia il quale, saputo che i pezzi stavano per essere venduti nei paesi arabi, avrebbe informato Ravera della presenza dei mobili in città.
La Procura tuttavia non ritiene plausibile questa tesi. «E’ senza dubbio un personaggio di fantasia – ha fatto sapere il Pm Arnaldi, titolare dell’inchiesta – anche perché non esistono riscontri oggettivi. Abbiamo controllato i tabulati telefonici – ha aggiunto il Sostituto Procuratore – ma non risulta nessuna traccia. Probabilmente – ha continuato – visto che l’imputato era in cura presso un medico civitavecchiese (effettivamente un viaggio a Civitavecchia risulterebbe agli atti, ndr) – avrà messo su questa storia, che la difesa ritiene invece plausibile». Nessun legame concreto quindi con Civitavecchia, ma solo supposizioni. «Siamo convinti – afferma ancora il dottor Arnaldi – che i mobili siano rimasti sempre in un garage di Saluzzo e che il porto di Civitavecchia sia stato tirato in ballo solo per un intreccio di coincidenze. Ecco perché abbiamo evitato di coinvolgere nelle indagini, sia la procura che le forze di polizia del posto».

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