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Operazione Sfinge: Tarquinia solidale con i tre ristoratori

Sabato interrogatorio davanti al gip Mautone. I legali difensori puntano alla revoca del provvedimento cautelare ai domiciliari I cittadini: «Tutte brave persone di buona famiglia e grandi lavoratori». Gli imprenditori: «Siamo solo vittime»

Sabato interrogatorio davanti al gip Mautone. I legali difensori puntano alla revoca del provvedimento cautelare ai domiciliari I cittadini: «Tutte brave persone di buona famiglia e grandi lavoratori». Gli imprenditori: «Siamo solo vittime»

OPERAZIONETARQUINIA – I tarquiniesi non hanno dubbi sull’innocenza dei tre ristoratori agli arresti domiciliari con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina nell’ambito dell’indagine condotta dagli uomini della Digos e della Squadra mobile di Viterbo, che mercoledì all’alba hanno portato a termine l’operazione ‘‘Sfinge’’, eseguendo 12 ordini di custodia cautelare, tre in carcere (per i capi dell’organizzazione) e 9 ai domiciliari. «Sono tutte e tre brave persone, grandi lavoratori, che hanno gestito in maniera encomiabile le loro attività e per questo non meritano un simile trattamento. Fanno parte di famiglie rispettabili ed onorabili», commentano i cittadini per strada. Tutti a Tarquinia parlano di «persone che hanno risposto sempre a canoni di assoluta serietà ed integrità; e alle quali appare poco credibile attribuire la compiacenza in una tale vicenda». Secondo l’accusa, previo pagamento, venivano procurati i nulla osta per l’Europa agli egiziani, mediante regolari contratti di assunzione nominativi presenati in prefettura. Contratti, che però non venivano onorati. Una volta arrivati in Italia o nel resto d’Europa, gli immigrati sparivano, anziché recarsi nel posto di lavoro. Il sodalizio, che avrebbe avuto la base operativa a Viterbo, con contatti in Egitto, Francia e altri paesi europei, avrebbe fruttato 7.500 euro per ciascun egiziano, di cui 1500 euro destinati ai ristoratori compiacenti e i restanti da dividere tra i tre organizzatori. Secondo l’accusa il faccendiere sarebbe stato il viterbese Starnini che avrebbe reperito l’appoggio di imprenditori dislocati tra Viterbo, Montefiascone, Monteromano, Bomarzo e Tarquinia. Gaetano Nuzzi, 70 anni, il figlio Domenico Nuzzi, 35 anni gestori del bar-ristorante San Marco, come pure Pietro Piccioni, 31 anni, del ristorante Dakota, dichiarano l’estraneità alla vicenda e di aver agito in buona fede. Anche perché, Starnini, avrebbe conquistato la loro fiducia presentandosi come presidente di un’associazione, la Associvici, che esiste ed opera sul territorio. Sia i Nuzzi sia Piccioni, del resto, avevano lamentato il mancato arrivo degli egiziani sul posto di lavoro. Personale del quale effettivamente avevano bisogno nell’ambito delle proprie attività. Si parla del resto di soli due egiziani per il caso di Piccioni e di cinque per Nuzzi. A conti fatti di presunti guadagni di soli 3mila euro in un caso e 7.500 euro nell’altro. A favore dei tre ristoratori anche il fatto che dalle perquisizioni domiciliari gli agenti non avrebbero trovato nulla di compromettente. Di questo e di altro ancora parleranno i tre tarquiniesi, sabato mattina a Viterbo, quando saranno interrogati dal gip Geatano Mautone. Sabato, in sede di convalida delle misure, l’avvocato Pier Salvatore Maruccio, che difende Piccioni e l’avvocato Antonello Marcocci, che difende invece i Nuzzi, auspicano la revoca del provvedimento cautelare. «Ho sempre profondo rispetto sia delle indagini sia delle prospettazioni del pm o del gip – spiega l’avvocato Maruccio – Ciò non significa che le conclusioni cui gli inquirenti possono giungere siano assolutamente corrette sotto il profilo della verifica in punto di verità. A questo proposito, nell’interrogatorio di sabato mattina, il mio assistito darà e saprà dare tutti i chiarimenti possibili, affinché sia fatta luce sulla sua posizione di assoluta estraneità. In questo confido nella buona sensibilità del giudice». Sulla stessa linea anche Marcocci che ribadisce che Gaetano Nuzzi non ha avuto alcun contatto con le persone coinvolte nell’inchiesta ma viene chiamato in causa soltanto in quanto amministratore della società che gestisce il ristorante. E che anche Domenico ha agito in assoluta buona fede. (Ale.Ro.)

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