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Goglia: "Il perché di un Hospice"

Intervista al Sig. “Scampato”
 
Sig. “Scampato”, grazie al suo credo sul “prevenire sempre, a scanso del dover rimediare “poi”, lei ha sconfitto un tumore che a quest’ora, forse, l’avrebbe portato da tutt’altra parte, anzichè qui, risanato ed ancor vivo e attivo.
 Quanto ha influito questa sua esperienza a farle propugnare la necessità di un Hospice nella nostra città ?
                “ Direi che l’esigenza di un “Hospice”comprensoriale a Civitavecchia non m’ è venuta per prima da quel mio  vissuto; è conseguita “dopo” ; dopo che mi son trovato “dentro” quel mondo sommerso di dolore e drammi , purtroppo ancora poco conosciuto e divagato dalla pubblica attenzione.La prima reazione fu ,piuttosto, che in qualche modo bisognava subito darsi da fare per sensibilizzarvi la gente e le istituzioni.
E così pensò che il primo passo concreto fosse nel volontariato
                “ Sì, e con tutto l’impegno e l’attivismo possibile, perché altrettanto fermamente credo che, prima ancora di iniziare a disquisire su qualunque, futuribile “da fare”, i cui approdi spesso poi si perdono nelle nebbie dei distinguo delle  varie opinioni o interessi quali cha siano, si debba partire a “fare”qualcosa sul campo”.
E che cosa ha scoperto che magari nemmeno immaginava in quel “campo” ?
“D’essere precipitato in un ipogeo sociale, fatto di disagi, disperazioni e sofferenze sconosciute e spesso di vere e proprie tragedie umane, di quelle che vengono esorcizzate dal comune subconscio al solo sentir pronunciare la parola “cancro”. Lascia segni, mi creda, imbattersi in prima battuta  nello sconcerto che lascia basiti e smarriti  i parenti quando si adombra a breve termine, e poi giunge quel momento, in cui gli Ospedali, sovente per mere esigenze di economie aziendali, “restituiscono” al domicilio il “non più curabile” ; che spesso, però, pur da “terminale”, può sopravvivere anche relativamente a lungo., Ma ancor più colpiscono i conseguenti  casi di familiari straziati ed alla fine stremati  dall’inesorabile decorso degenerativo dei propri cari. Gente costretta da certe carenze del nostro impianto socio-sanitario nazionale a convivere con l’ammalato in casa , bisognoso di tutto, in perenne supplica d’aiuto, giorno e notte, settimane e mesi… e mesi sempre peggiori ; familiari annichiliti e prostrati dallo sfiancante accudimento di soggetti che spesso le sofferenze inducono ad inconsulti comportamenti egoisti e pretenziosi, che mettono a durissime prove le più sante pazienze e cristiane accettazioni…fino a far scivolare in non rare, ma generalmente incolpevoli e pietosamente comprensibili, cadute di umana sopportazione, specie quando comincia a pesare il progressivo depauperamento economico,a causa dell’inevitabile emorragia di spese impreviste.
 Terribile :… se non la conoscessi, direi quasi che vi sta calcando la mano.  
Magari così fosse ! Invece, purtroppo no, perché  certe realtà –  più diffuse di quanto se ne conosca – son proprio queste, in cui si consumano i calvarii dello sfascio esistenziale delle famiglie, già psicologicamente provate,  che si ritrovano in casa un povero essere,spesso anche fisicamente irriconoscibile, devastato com’è dalla malattia, impotenti ormai a prestargli anche i più elementari conforti , gemente, lamentoso,sempre più esigente, quando non urlante per intollerabili sofferenze ! Famiglie costrette a sovvertirsi ritmi ed abitudini, relazioni e lavoro, e sovente lo stesso arredamento domestico da adattare alle nuove esigenze logistiche del malato. Così che si può anche arrivare all’ultimo stadio di tenuta  dell’equilibrio psico-fisico generale, all’ultimo gradino di caduta di tensione affettiva,   ad un inesorabile avvitamento su sé stessi in una crescente, rabbiosa e cocente ( perché anche il vicinato non è più “quello di prima”! ) solitudine…con l’ammalato progressivamente affidato agli unici, asettici  ausilii degli inviati di turno del C.A.D. …quando burocraticamente “ne ha diritto”, se no, nemmeno quelli !
Ovviamente ho visto anche esempi di profonda umanità e momenti di intensi afflati di fede, veri eroismi morali da parte di ammalati e modelli inconsueti di abnegazioni parentali che toccano punte altissime d’amore e solidarietà : purtroppo minoritari, perché spesso ostacolati da oggettivi impedimenti di lavoro o distanze geografiche e soprattutto da insufficienti disponibilità economiche.
Ora capisco il perché dell’Hospice …
                “Già ; e non so se ci sarebbe più da arrabbiarsi o da intristirsi quando si sente intorno e ad ogni piè sospinto, invocare “dignità” e “qualità di vita” per tutti, singole, settoriali o collettive che siano, animali compresi, ma raramente e tiepidamente, quando non anche per estemporanei tornaconti, del ( forse maggior ) diritto anche del “terminale” a vivere in civile decoro il proprio stato nell’ultimo tratto verso un’altrettanto dignitosamente dovuta morte, in un ambiente specializzato. Perciò mi si lasci ancora dire che : ben vengano i grandi progetti o le “grandi opere” per far crescere e modernizzare questa città ;  bene attivarsi per un’eccellenza del nostro Ospedale e dei servizi socio-sanitari, ed un benvenuta accolga pure la neonata “urbanistica sociale”, ma non lasciamo ancora una volta indietro l’Hospice, che è tutt’altra cosa che qualche generica specie di ricovero, se non da meno, come pure ho sentito dire, chissà se per svalutarne forse  la rilevanza sociale o la priorità di investirvi ; e  che perciò dovrebbe moralmente godere di pari, se non dominanti, “dignità” ed urgenza attuativa.
Io lo vedrei addirittura  in un unico complesso integrato, ove fare anche prevenzione , e, non ultimo, porre fine, una volta per tutte, a quel – numeroso, mi creda, più di quanto se ne sappia -“pendolarismo della sofferenza” che obbliga i bisognosi di radioterapia – che qui da noi ancora manca –  a prolungati e logoranti, quotidiani andirivieni in altre strutture regionali, se non oltre.
 
Sig. Scampato, ho capito, ….e ora posso dirle anche il perché ho cercato questa “chiacchierata”: anch’io sto combattendo con un cancro…e sinceramente non avevo mai pensato che potesse toccare anche a me !
                Già ; e sono ancora tanti quelli che purtroppo “non ci pensano” !
Gennaro Goglia
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