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Morire per mille euro al mese

Morire a mille euro al mese. Proprio nel pieno di una battaglia politica, civica, sociale, riguardante i grandi siti energetici, e la nuova convenzione con l’Enel, ci giunge la tragica e disarmante notizia della morte dell’operaio della ditta Ceit, Michele Cozzolino, che lascia la moglie incinta ed un figlio in tenera età. Bambini che non potranno mai conoscere un padre, al quale si affianca già la sentenza di tragica fatalità per questa funesta sorte, quando invece molti potrebbero affermare che si tratta di una morte annunciata. Annunciata per mesi dai lavoratori che riferivano di turni massacranti, in un cantiere il più grande d’Europa, in cui diventava anche difficile districarsi e capire da dove fosse potuto arrivare e quindi prevenire ogni tipo di pericolo. Il tema della messa in sicurezza del cantiere e dei suoi lavoratori, è un tema più volte denunciato, insieme a quello della mancata corresponsione degli straordinari, e di quella qualità del lavoro, che mai si coniuga con la fretta della messa in esercizio della opera da attuare. Come tutte le voci sulla mancata schermatura del carbonile, o l’attivazione del Primo gruppo, attingendo la materia prima, non come si era promesso, attraverso una struttura completamente al chiuso, ma come da più parti si riferisce attraverso depositi all’aperto, almeno finchè non si fosse realizzato definitivamente il progetto.

E’ la storia di un ente che non ha mai rispettato gli accordi. E’ la storia di un ente che ci ha trattati sempre da sudditi. E’ la storia di una società-Stato, che quando serve ricorre ad ogni mezzo, soprattutto mediatico, per imporre al nostro territorio, la curiosa responsabilità di doverci infliggere l’onere di una devastante servitù, in nome della problematica su scala nazionale della produzione d’energia, di quell’energia di cui nessun cittadino può fare a meno, senza mai specificare che la produzione del comprensorio Civitavecchia-Montalto, equivale a circa il ventotto per cento dell’energia prodotta nel Paese, con la risultante che la Regione Lazio ha come fabbisogno soltanto il nove per cento del totale, vendendo molte volte il resto della produzione, anche all’estero, come sicuramente si ricorderà con la vergognosa strumentalizzazione di quel famoso black out durante la “notte bianca di Roma”. Quale tributo deve ancora pagare la città, i suoi cittadini, tutti quei lavoratori, che per poco più di mille euro al mese rischiano la vita, o come in questo caso assurdamente la perdono? Quale scusa può ancora accamparsi, in un mercato globale dell’energia dove un colosso finanziario come Enel potrebbe investire in fonti alternative, acquisire centrali di ogni tipo all’estero, senza dover sempre affidare le scelte esiziali, i grandi sacrifici, le elemosine, soltanto ad una città che da cinquant’anni accetta supina una condanna mai meritata e completamente illogica in un contesto legittimato dalla storia e dalla tradizione, legato comè alla portualità, ai traffici commerciali, ai contesti archeologico-monumentali, alla qualità potenziale di un clima, che con l’implementazione straordinaria di un grande porto croceristico, ne farebbe logicamente, una volta valorizzata, un fiore all’occhiello dell’intera nazione? C’è un detto che stabilisce che ognuno è artefice del proprio destino.

Per questo io chiedo ai miei concittadini, non più distinti ideologicamente in fazioni, d’avere finalmente uno scatto d’orgoglio. Di non soccombere più alla vergognosa diatriba del ricatto occupazionale. Di smettere di pensare che certe situazioni siano ineludibili. Lo dobbiamo a Michele, al suo sacrificio. Lo dobbiamo alla moglie, ed ai suoi figli. Affinché questa morte annunciata non sia vana, inutile. Essa avrebbe, infatti, potuto cogliere ognuno dei lavoratori impegnati nella centrale. C’è bisogno di una vera pausa di riflessione, di andare a riconsiderare tutta una serie di scelte, di programmare un futuro diverso per Civitavecchia ed i suoi cittadini. Un futuro in cui ognuno abbia una vera dignità, riconosciuta e tangibile. Fermiamo il cantiere. Fermiamo la centrale. Fermiamo i responsabili. Affinché possiamo riappropriarci della nostra autodeterminazione, e finalmente del nostro futuro.

 

Fabrizio Reginella
Capogruppo Lista Moscherini

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