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Tarquinia e Montalto: inquinato un quinto della costa

Il ministero della Salute ha reso noti i dati dell’annuale rapporto sulle acque di balneazione, effettuati da Arpa e Aziende sanitarie Maglia nera per il Lazio. Il litorale della provincia di Viterbo insieme a quello di Roma agli ultimi posti della classifica nazionale Il tratto vietato è pari a 5,5 chilometri. E’ possibile tuffarsi nell’80% del litorale, ma il dato è inferiore alla media nazionale (91,3%)

Il ministero della Salute ha reso noti i dati dell’annuale rapporto sulle acque di balneazione, effettuati da Arpa e Aziende sanitarie Maglia nera per il Lazio. Il litorale della provincia di Viterbo insieme a quello di Roma agli ultimi posti della classifica nazionale Il tratto vietato è pari a 5,5 chilometri. E’ possibile tuffarsi nell’80% del litorale, ma il dato è inferiore alla media nazionale (91,3%)

TARQUINIA – Mare, maglia nera per le coste laziali. Va male anche quest’anno alle nostre acque che parlano ancora di inquinamento. Almeno stando ai dati relativi alla qualità dell’acqua effettuati dall’Arpa e dalle Aziende sanitarie e resi noti dal ministero della Salute, nell’ambito del rapporto annuale. La provincia di Viterbo insieme a quella di Roma sono infatti agli ultimi posti della classifica italiana, per qualità dell’acqua. I mari di Tarquinia e Montalto di Castro registrano il 19,8% di costa inquinata, non balneabile, pari a 5,5 chilometri. Su 27,7 chilometri di costa controllata, insomma, l’80,2% di litorale, pari a 22,2 chilometri, èaccessibile ai bagnanti. A conti fatti, ci sarebbe un +1,15% di acqua inquinata rispetto allo scorso anno. Il dato sulla balneabilità per i mari di Tarquinia, Montalto, ma anche per le coste della provincia di Roma si pone, insomma, al disotto di quello nazionale. Secondo i risultati forniti dal ministero della Salute il 91,3% di acque costiere nazionali è balenabile, mentre il restante 8.7% non soddisfa i requisiti di balneabilità. Caserta (67,1%) risulta in assoluto la provincia peggiore, c’è poi la provincia di Roma che, su una costa lunga 141,4 chilometri, registra il 44,7% di acqua inquinata. A seguire Palermo (21,6%) Bari (19,9%) e la provincia di Viterbo. Questi i risultati di 52.745 controlli su 5.150 punti di prelievo marini, lacustri e fluviali: un sistema di monitoraggio molto rigoroso gestito dalle Agenzie Arpa e dalle Aziende Sanitarie. Le coste italiane occupano 7.375 Km di cui 4.941,4 Km sono balneabili e 468,9 Km vietati per inquinamento (il resto è inaccessibile per motivi geologici o occupato da servitù). I dati, come di consueto, si riferiscono alle analisi del 2006 con aggiunti almeno due consecutivi prelievi favorevoli precedenti la stagione 2007. Il monitoraggio è continuo e per questo i sindaci dei Comuni possono inibire la balneazione se i risultati, favorevoli in questo rapporto, diventano sfavorevoli. Il Friuli (100%), il Molise (98,1%), la Toscana (98%), la Liguria (97,6%) la Basilicata e l’Emilia Romagna (97.3%) sono le regioni che hanno la percentuale più elevata di chilometri di costa controllati e balneabili rispetto alla lunghezza della costa (media nazionale 91,3%). Lazio (21%) e Campania (19,9%) sono ancora le regioni che hanno la maggiore percentuale di chilometri costieri non idonei alla balneazione. Seguono Veneto (10,8%) e Calabria (10,1%). Tutte le altre regioni sono al di sotto della media nazionale di spiagge inquinate che è dell’8,7%. Le province con la maggiore percentuale di costa balneabile sono invece Lucca, Potenza, Ferrara, Udine, Gorizia e Trieste con una percentuale del 100%, seguono Livorno (99,4%), Ragusa e La Spezia (99,3%), Taranto (99,1%).
Proprio in questi giorni il Consiglio Superiore di Sanità ha approvato le Linee Guida Nazionali per la difesa dall’inquinamento delle acque costiere da alghe, in particolare l’alga “Ostreopsis Ovata” che l’anno scorso ha inquinato le coste genovesi e palermitane. Il ministero della Salute già dallo scorso anno ha istituito un gruppo di lavoro formato da esperti di vari istituti di ricerca al fine di individuare modalità di intervento che permetteranno di costruire un modello procedurale condiviso tra le amministrazioni centrali, quelle locali ed i principali Enti ed Istituti scientifici che operano nel campo, ottimizzando le attività di sorveglianza preventiva del fenomeno e la successiva eventuale gestione delle emergenze.

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