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Tarquinia. Feto nato morto, il gip respinge la richiesta di archiviazione <br />

Prosegue il processo a carico dei sanitari dell’ospedale cittadino, denunciati dalla famiglia Manetta rappresentata dall’avvocato Davide Capitani Restano indagati tre medici ed una ostetrica. Sollevata da ogni responsabilità la ginecologa Bologni Il giudice Giorgianni ha diposto una nuova consulenza tecnica e concesso al pm altri sei mesi di investigazione. La vicenda risale al marzo 2006

Prosegue il processo a carico dei sanitari dell’ospedale cittadino, denunciati dalla famiglia Manetta rappresentata dall’avvocato Davide Capitani Restano indagati tre medici ed una ostetrica. Sollevata da ogni responsabilità la ginecologa Bologni Il giudice Giorgianni ha diposto una nuova consulenza tecnica e concesso al pm altri sei mesi di investigazione. La vicenda risale al marzo 2006

TARQUINIA – Prosegue il processo a carico dei medici dell’ospedale di Tarquinia rimasti coinvolti dalla triste vicenda del feto nato morto dopo ore di travaglio della mamma ricoverata presso il nosocomio tarquiniese. Il giudice per le indagini preliminari, Giorgianni, all’udienza che si è tenuta nei giorni scorsi presso il tribunale di Civitavecchia, ha infatti chiesto al pm Polifemo di proseguire per altri sei mesi le indagini a carico di tre medici ed una ostetrica. E’ stata invece sollevata da ogni responsabilità la dottoressa Bologni, la ginecologa che in un primo momento era stata iscritta nel registro degli indagati e poi ritenuta estrea ai fatti. La Bologni era, all’epoca della vicenda, soltanto la ginecologa curante della signora Manetta, vittima del tragico episodio. La dottoressa, peraltro, non era presente in ospedale al momento del parto.
Il gip, sulla vicenda, vuole vederci chiaro e per questo all’udienza prelimiare che si è svolta lo scorso 10 maggio ha rigettatto la richiesta di archiviazione avanzata dal pubblico ministero e predisposto una nuova consulenza tecnica.
La storia risale al marzo 2006 e vedrebbe vittima la famiglia Manetta di Tarquinia, che per mano dall’avvocato Davide Capitani avanzò denuncia contro i sanitari dell’ospedale, ritenuti responsabili del tragico epilogo.
Questi i fatti ricostruiti dal legale della famiglia tarquiniese. La donna, giunta al nono mese, nel pomeriggio del primo marzo 2006, intorno alle 16,45 si reca presso il pronto soccorso per chiedere le prime cure a causa di forti dolori. Viene condotta nel reparto ostetricia e ginecologia e sottoposta ad un costante monitoraggio, in attesa del parto. Intorno alle 17,45 i medici registrano alcune degenerazioni nel battito cardiaco del bambino. Alle 18 viene disposto il cesareo, che sarà materialmente eseguito soltanto alle 18,58. Quasi un’ora dopo. Il bambino nasce morto, e tra il dolore e la costernazione la famiglia Manetta avanza denuncia. Interviene la polizia del Commissariato di Tarquinia che procede al sequestro della cartella clinica della donna e di tutti i documenti ospedalieri. Alla fine risultano indagati cinque medici. Viene conferita una consulenza tecnica d’ufficio ad un perito di Roma che, dopo nove mesi, dichiara: «Non è stata commessa alcuna omissione». Su questa base, il pm chiede l’archiviazione del caso. L’avvocato Capitani, legale della famiglia Manetta fa opposizione perché «la Ctu è piena di contraddizioni e troppo generica in relazione a quello che sarebbe dovuto avvenire tra le 18 e le 18,58». Nessuno degli indagati è stato ancora sentito. Dalle indagini sarebbe emerso che il personale della sala operatoria è stato allertato non prima delle 18,30. E ciò spiegherebbe il ritardo nell’intervento. Perlatro, dai risultati del monitoraggio, fino alle 18,33 si evinceva che il feto era ancora vivo. All’udienza preliminare è stata fatta presente proprio questa contraddizione. Adesso si tratta di verificare se l’intervento più tempestivo da parte dei sanitari avesse consentito di estrarre il feto vivo.
La famiglia Manetta per voce dell’avvocato Capitani «confida nel rinvio al giudizio».

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