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Statue, monumenti e cultura: l'intervento di Correnti

CIVITAVECCHIA – Domenica 12 ottobre, si è svolta presso il Parco dei Caduti sul Lavoro la cerimonia per la 64^ Giornata Nazionale per le Vittime degli incidenti sul lavoro, con una grande partecipazione di associati all’ANMIL e loro famiglie, di esponenti regionali e locali, il Vicesindaco Daniela Lucernoni, il Direttore dell’Inail e l’autore del monumento, architetto Francesco Correnti, che ne ha illustrato la fasi di realizzazione, fin dai primi studi del 1972. Pubblichiamo la sua esposizione.
“Tra la fine del 1972 e i primi del ’73, il sindaco Mario Venanzi mi chiese di partecipare ad un primo incontro con Pasquale Scognamiglio e altri rappresentanti dell’Associazione Nazionale Mu-tilati e Invalidi del Lavoro. Nel chiederci di affiancarli e sostenerli al fine di realizzare un’opera per commemorare le Vittime del Lavoro, ci mostrarono dei bozzetti, apprezzabili ma molto ingenui, con colonne spezzate e simili forme simboliche.
Laureato, allora, da meno di cinque anni o poco più, ero convinto che un monumento dedicato a ricordare la tragedia e il dolore di eventi improvvisi e imprevisti come le morti e gli incidenti sul lavoro, in una città come Civitavecchia in cui ancora era scarsa l’attenzione alla sicurezza nei cantieri e nelle industrie e, in particolare, nelle centrali, nel porto e in mare, non poteva essere una semplice scultura, ma una architettura più complessa e significativa. Già, a Roma, il Mausoleo delle Fosse Ardeatine inaugurato nel 1949 ci aveva insegnato qualcosa di diverso. Non mi fu difficile, quindi, far comprendere la mia idea, che mi ero formato con grande partecipazione personale al do-lore delle persone e delle famiglie colpite. Immaginare, quindi, non un oggetto da guardare dall’esterno, ma un frammento della città sconvolto, sollevato e spaccato dal dramma, uno spazio, un terreno, lacerato, corrugato, quasi come un evento sismico o un’onda di piena, su cui l’individuo – il caduto, la vittima – resta solo, protagonista e martire. I fatti di questi giorni a Genova sono tremendamente simili a quell’idea.
Così è nato il progetto, che prevedeva dimensioni maggiori e una localizzazione nell’area che era stata liberata dalle costruzioni a fianco della Compagnia Portuale, l’attuale piazza XXIV Maggio. Un monumento, uno spazio da percorrere, una struttura in cui entrare, per provare tra le pareti inclinate dello stretto passaggio un senso di disagio, di partecipazione emotiva, di riflessione commossa, leggendo poi le parole della lapide (che dovrebbe essere bagnata da un velo d’acqua e speriamo torni ad esserlo) “dal dolore la speranza”. Perché la speranza resta, malgrado tutto.
Quella mia idea del ’72 fu tradotta in disegni esecutivi e in un plastico di studio, con la collabo-razione del collega architetto Paolo Taffi, nel ’74, anno in cui sottoposi il progetto alla Commissione edilizia, che diede il suo parere favorevole, e poi con un altro grande plastico per la ricerca di contributi nel ’77, per giungere alla posa della prima pietra il primo maggio del ’79. La realizzazione, in cui abbiamo usufruito della straordinaria esperienza di Guerriero Nenna, caro amico e geniale artista del cemento, si concluse in breve, ma per il completamento con il podio, le epigrafi commemorative e la sistemazione a verde dovemmo giungere al 21 maggio 1995. Ventitré anni, per concretizzare l’impegno appassionato di Pasquale Scognamiglio e il nostro modesto contributo.
L’idea del monumento percorribile ha poi avuto esempi celebri nel mondo con il museo Yad Vashem di Gerusalemme, il Memoriale dell’Olocausto di Peter Eisenman a Berlino, inaugurato nel 2005, il Memoriale ai veterani della guerra del Vietnam, realizzato a Washington e ultimato nel 2007. Devo dire che, nel caso di un altro monumento, quello dei Martiri delle Foibe del 2004, data la brevità dei tempi di realizzazione, ho preferito studiare una semplice composizione di elementi lapidei, in cui una grande pietra, già “scolpita” dalla natura, evocasse le cavità carsiche che videro consumarsi la barbarie di quel vergognoso genocidio.
Essendomi occupato di urbanistica e di storia urbanistica di Civitavecchia, permettetemi un ultimo ricordo sul tema dei monumenti, che vedo di attualità. Anni fa avevo un sogno… ne avevo parlato proprio a chi avrebbe potuto attuarlo, quando mi era giunta notizia dell’intenzione di realizzare nel porto di Civitavecchia un monumento, una statua a Marco Ulpio Traiano. L’ampio spazio prescelto avrebbe imposto di porre in opera un colosso, qualcosa di simile alla gigantesca statua di Nerone che nel Medioevo diede il nome al vicino anfiteatro dei Flavi, anche per adeguarsi alla statura storica dell’imperatore cui si attribuisce la nascita della città… Insomma, una scultura molto simile, per dimensioni, al famigerato Bacio che ha soggiornato per qualche tempo dall’altra parte del porto. Non pensavo minimamente che in epoca così poco imperiale come la nostra si potesse immaginare un elemento celebrativo del genere, né che si potesse percorrere un via tanto impervia e azzardata come una statua di tipo tradizionale. Un’opera degna del nostro porto, già di per sé monumentale, oltretutto per celebrarne il fondatore, poteva essere realizzata, a mio parere, solo da un artista grandissimo e antiaccademico come Igor Mitoraj, lo scultore franco-polacco autore in tutto il mondo di opere straordinarie che hanno potuto essere ambientate splendidamente in contesti eccezionali, nella Valle dei Templi ad Agrigento e nel Campo dei Miracoli a Pisa. Ma Igor Mitoraj, purtroppo, è scomparso lo scorso 6 ottobre a 70 anni. Quando si poteva, non si ritenne di dare a Civitavecchia ed al suo porto un’opera d’arte autentica e anche di forte richiamo.
Concludo con un ultimo pensiero. Ho letto della recentissima polemica a proposito della avvenuta inaugurazione di quel tributo di riconoscenza che si è voluto dare, meritatamente, all’Arma dei Carabinieri da parte della loro associazione, nel bicentenario dell’istituzione. L’ideatore ne ha illustrato il significato e il linguaggio usato nel concepirlo, citando a sua volta, con un pizzico di cattiveria, Nerone. All’origine, un duro comunicato in cui si afferma: Il problema che ci costringe a questo franco intervento è che, ancora una volta, il responsabile di questa strana soluzione non ha voluto sentire il parere, non certo vincolante, ma doveroso, per il rispetto dovuto agli ambienti culturali cittadini e forse per ignoranza dei nostri ancestrali sentimenti.
Non è chiaro quale fosse il parere ancestrale che doveva essere sentito. Mi risulta che da tempo il Comune di Civitavecchia ha abolito l’organo che emetteva il parere da me richiesto e ottenuto nel 1974, come ha completamente relegato nell’oblio, nonostante le deliberazioni ancora vigenti, anche quel Comitato scientifico che – parallelamente alla Cabina di regia istituita per il porto – o-perava presso il Comune, con il contributo di tutte le voci più autorevoli del momento, per suppor-tare gli organi elettivi di un autorevole e oggettivo elemento di giudizio.
Civitavecchia è una città in cui circa cinquantamila appassionati hanno “sete di cultura”, ma do-ve non esiste più un organismo pubblico che, gratuitamente e senza iscrizioni ad associazioni priva-te, pur benemerite, soddisfi le loro esigenze come fine istituzionale”.

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