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Sfrattati e allontanati dal figlio

Sfrattati e allontanati dal figlio

TARQUINIA. Il dramma sociale di una coppia che chiede aiuto. «Vogliamo un lavoro e riportare il bambino a casa»

TARQUINIA – Lei, figlia adottiva dell’ex sindaco di un paesino del Viterbese. Lui, figlio di ragazza madre, elettricista e riparatore di elettrodomestici e computer, in cerca di lavoro. Lontano da loro, il figlio di sei anni e mezzo, che non vedono e non sentono ormai da quasi un mese. «Vogliamo giustizia per il nostro bambino, se qualcuno può aiutarci lo faccia». Questo l’accorato appello di una coppia di Tarquinia che oggi più che mai chiede di poter ottenere un lavoro per riavere in casa il figlio allontanato dal loro affetto da otto mesi ed ora messo in stato di adottabilità. Una storia che strappa il cuore a chi la ascolta, soprattutto perché ci si aspetta sempre una soluzione da chi istituzionalmente è chiamato ad affrontare e sostenere i casi più difficili. La storia di Anna Maria e Calogero è una storia ai margini di una società che ambisce al recupero sociale di chi non ce la fa, ma che purtroppo spesso si blocca tra le maglie di regole, burocrazie e leggi che spesso finiscono per rivelarsi un boomerang contro quelle stesse persone che palesano le loro difficoltà. Anna Maria e Calogero raccontano di vivere da un anno e mezzo in un incubo. Alla coppia è stata tolta, nel luglio 2014, la custodia del figlio minorenne ed ora si ritrova anche con una richiesta di sfratto dalla piccola casa del centro storico di Tarquinia nella quale vivono da quando, a marzo 2014, il Comune di Tarquinia, attraverso i Servizi Sociali, ha trovato alla famiglia questa sistemazione, pagando loro il canone di affitto per circa cinque mesi. «Vittime di una ingiustizia – affermano Calogero e Maria – chiediamo ora un aiuto concreto fatto di fatti e non di parole». Tutto è iniziato a novembre 2013 quando, a causa di uno sfratto, i due si sono rivolti ai Servizi sociali per un aiuto, non riuscendo a sostenere le spese per l’affitto di una casa. Dirottati temporaneamente presso una struttura al Lido di Tarquinia con un bimbo di quasi 5 anni, ne sono poi stati allontanati. Con in tasca 300 euro fornite dai Servizi sociali sono finiti in un centro di accoglienza a Roma e poi in un altro, sempre nella capitale, fino al loro rientro a Tarquinia, dove però le cose nel frattempo erano cambiate. «Il mio compagno, prima del trasferimento a Roma, si stava avviando un’attività a Tarquinia – racconta Anna – aveva una sua piccola cerchia di clienti ai quali riparava elettrodomestici, e ciò ci permetteva di guadagnare almeno qualcosa per comprare cibo e vestititi per il nostro bambino. Avevamo bisogno però di un sussidio per pagare l’affitto, il tempo necessario a Calogero per avviare bene la sua attività. Ma con il trasferimento a Roma tutto è andato perso, ed oggi ci ritroviamo peggio di prima. Siamo tornati a Tarquinia, dopo l’esperienza romana, dove il Comune, in due settimane ci ha trovato una casa dove sistemarci, pagandoci l’affitto». I dettagli di quello che loro stessi definiscono un «inferno», sono stati affidati ad un video postato su Facebook, dove Anna Maria riporta la sua versione dei fatti, raccontando tutte le tappe della vicenda che si protrae da più di un anno. Dai Servizi sociali e dal Comune la posizione è chiara: «Abbiamo fatto tutto il possibile per aiutare questa famiglia. Abbiamo lavorato nel modo corretto secondo i metodi stabiliti dalla legge e nell’interesse del minore». Oggi però, con molta probabilità, verrà emessa una sentenza di sfratto nei confronti della coppia che, nel giro di tre mesi, non avrà più neanche un tetto dove dormire perché non può più pagare l’affitto della casa in via delle Torri. Casa persa, figlio allontanato e dichiarato in stato di adottabilità e la richiesta d’aiuto fa tremare il cuore. Possibile che non c’è più niente da fare per recuperare una famiglia? Possibile che non esiste alcun altro modo per avviare un programma di recupero per madre, padre e figlio affinché possano tornare sui binari di una vita sociale dignitosa? Cosa ne sarà di queste persone adesso? A fronte di denaro stanziato per il recupero degli stranieri, appare stonato che non si riesca a garantire una vita dignitosa a chi, italiano, non ce la fa. Il tribunale per i minorenni ha avviato la procedure di abbandono del minore da parte  dei genitori, alla luce anche della relazione dei Servizi sociali, nella quale si parla, oltre che delle condizioni economiche della coppia, anche di una «mamma apprensiva e iperprotettiva», che non lavava il bambino, e di un padre con tratti di «ansia, insicurezza, tendenza all’introversione, senso di inferiorità»; di un nucleo familiare con il quale «i Servizi sociali non sono riusciti ad attuare alcun progetto» e che i due compagni «non sono in grado di organizzarsi». Sulla coppia pesa anche la procedura di adottabilità del figlio per «inadeguatezza genitoriale»,  in quanto ritenuti dal tribunale «non in grado di garantire al figlio quel minimo di accudimento e di educazione necessaria per il suo corretto sviluppo psico-fisico e sociale». Ma mamma Anna e papà Calogero negano tutto: «Ci accusano di cose non vere. Nostro figlio usciva, frequentava altri bambini ed era sereno. Avevamo solo bisogno di un aiuto economico, e invece ora ci ritroviamo senza soldi, senza casa e senza nostro figlio. Chi può aiutarci lo faccia. Va bene qualsiasi lavoro. Non ci arrendiamo e rivogliamo nostro figlio con noi. A breve ci ritroviamo in mezzo alla strada, senza un tetto né un sussidio. Chiediamo giustizia e aiuto. Non è possibile che urliamo in mezzo ad una folla e che il nostro grido non viene ascoltato. Qualcuno venga a controllare come veramente stanno le cose».

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