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Il deposito radioattivo che non fa paura

Il deposito radioattivo che non fa paura

Mentre l’Italia attende la Carta delle aree idonee, in Francia già attivi due siti

Dove andranno a finire le nostre scorie? Ancora non è dato sapere. Top secret è la Carta delle aree potenzialmente idonee ad ospitare il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi. Manca, infatti, l’ok alla pubblicazione dei ministeri competenti, Sviluppo economico e Ambiente, senza il quale non si può dare il via libera ai 4 mesi di consultazione pubblica.
E mentre l’Italia è in stand by, la Francia, con due depositi (di cui uno, quello di Manche, già esaurito con 524mila metri cubi di rifiuti) già in esercizio, ha anche individuato, nel comune di Bure, nella Lorena, il sito che ospiterà il deposito geologico per lo stoccaggio dell’alta attività.
E’ ovvio che con 58 reattori in funzione, il nucleare ai nostri cugini d’Oltralpe non spaventa più di tanto. Ma non è stato tutto rose e fiori, come dimostra l’esempio del centro di stoccaggio de l’Aube, nella regione della Champagne-Ardenne, aperto nel 1992 e gestito dall’Andra (Agence Nationale pour la gestion des déchets radioactifs).
All’inizio la comunità dei 21 Comuni circostanti, circa 3mila persone, si oppose e attraverso un referendum, l’80% della popolazione disse no. Un risultato che, dopo un campagna informativa e un confronto continuo con il territorio, è stato completamente ribaltato.
L’Andra, spiega Philippe Lievre, sindaco di Juzanvigny, uno dei comuni interessati, “ha insistito sull’informazione e la trasparenza e ha spiegato ai cittadini come i rifiuti, venivano deposti, manipolati e stoccati. Sappiamo che il rischio zero non esiste ma è minimo. Era necessario rassicurare la popolazione. E dopo alcuni anni la popolazione è stata rassicurata».
A tranquillizzare i cittadini anche le 12mila analisi che ogni anno Andra effettua su aria, acqua, sottosuolo e prodotti agricoli per monitorare i livelli di radioattività. Adesso, aggiunge il sindaco, “molti paesi come Corea e Cina, ci vengono a trovare per apprendere il know how dell’Andra. E la società apre le porte anche alla popolazione, e sono migliaia le persone che partecipano a questi eventi”. C’è anche il turismo, infatti, tra i benefici nell’accogliere questa infrastruttura. Basti pensare che nel 2014 sono stati 3mila i visitatori.
Non manca ovviamente il capitolo soldi. I comuni infatti ricevono una compensazione economica e l’Andra sostiene progetti per lo sviluppo del territorio. Il sito che occupa 95 ettari, è in grado di ospitare 1 milione di metri cubi di rifiuti a bassa e media attività (10 volte superiore alla capacità del deposito italiano) ed è visivamente molto simile a quello che dovrebbe essere realizzato in Italia che deve però rispettare criteri di sicurezza più stringenti.
I rifiuti radioattivi, infatti, arriverebbero al deposito già ‘condizionati’ in contenitori metallici, inseriti e cementati in moduli di calcestruzzo che a loro volta vengono stoccati in grandi celle sempre di cemento armato, garantite per 350 anni. Una volta esaurito lo spazio (il nostro deposito ha una capacità di 100mila metri cubi), le celle vengono sigillate e ricoperte con più strati di materiale opportuno, per prevenire infiltrazioni d’acqua.
L’Italia, spiega il direttore della Divisione deposito nazionale della Sogin, Fabio Chiaravalli, “è ora che si adegui alle pratiche internazionali e come tutti gli altri Stati si doti di un deposito nazionale. Ad oggi il problema dei rifiuti radioattivi non è un’emergenza perché nella gran parte dei casi sul nostro territorio sono gestiti in sicurezza ma lo diventerà tra qualche anno quando non ci sarà più spazio”.
Sulla materia, “in passato occorre ammettere che c’è stata scarsa informazione. Un tema fondamentale da chiarire è che il deposito nazionale pur essendo un impianto è completamente diverso da un impianto di produzione di energia elettrica da fonte nucleare. Non c’è un processo produttivo e quindi incidenti clamorosi come esplosioni e incendi non è possibile che avvengano”.

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