Pubblicato il

Mensa e pulmino solo per chi paga

Mensa e pulmino solo per chi paga

Il servizio partirà il 1° ottobre e non sono previsti esoneri. Elevato il numero dei bambini che non potranno mangiare insieme agli amichetti di classe: dovranno consumare un pranzo a sacco separatamente. Ai genitori sarà impedito di prelevare i figli da scuola durante la pausa per ‘‘ospitarli’’ a casa

CIVITAVECCHIA – I soldi per gli esoneri non ci sono: chi paga vedrà il proprio figlio usufruire della mensa scolastica e del pulmino, chi non lo fa è in un mare di guai. Non a caso gli insegnati delle scuole elementari, in questi giorni di rodaggio dall’orario ancora ridotto, starebbero scrivendo delle chiare note sui quaderni dei bambini: ‘‘Si ricorda che chi non è in regola con il pagamento non può assolutamente portare il pasto da casa, chiedere di uscire in anticipo. E pertanto il bambino resterà digiuno fino all’uscita alle ore 16».  Un vero e proprio scandalo, che naturalmente viaggia sulla linea sottile che separa coloro che con sacrifici e sudore pagano il servizio per il proprio figlio e coloro che, pur volendolo fare non hanno proprio la possibilità di far fronte alla spesa, per quanto prioritaria possa essere. I Servizi sociali non hanno più un centesimo e la Pubblica istruzione di conseguenza stringe le maglie, mettendo con le spalle al muro chi non sa come fare. Così, chi ha reddito zero e fino a non molto tempo fa andava avanti grazie al famoso contributo comunale di solidarietà, oggi è costretto a fare i conti con una triste realtà: portare ogni mattina quattro figli a scuola senza possedere neppure una macchina e non sapere come fare per garantire loro il pranzo.
Anche perché, coloro che non sono autorizzati ad usufruire del servizio mensa, dovranno consumare un pranzo al sacco dentro la scuola ma in un ambiente diverso dalla mesa. E sarebbe già un’importante concessione rispetto al rigido divieto di introdurre cibo dall’esterno. I genitori non potranno neppure prelevare i loro figli per portarli a pranzo a casa, al massimo – salvo colpi di scena  o imposizioni assurde – affidare ai piccoli il rancio da asporto.  Per ora il problema non si pone, ma cosa accadrà ad ottobre, quando il servizio di trasporto e la mensa saranno attivi? A
 qualcuno il Comune, ovvero l’ufficio Pubblica istruzione, avrebbe addirittura chiesto di saldare la morosità, pur sapendo di un esonero autorizzato proprio dal Pincio per gli anni scorsi.  Ricapitolando i figli di coloro che non hanno la possibilità di pagare, dovranno recarsi a scuola ogni mattina a piedi, non potranno pranzare insieme agli amichetti più fortunati, probabilmente sarà loro concesso di consumare un pasto al sacco e comunque non potranno lasciare la scuola neppure per tornare a mangiare a casa con papà e mamma. Il monumento alla rigidità, scopiazzato da chissà quale manuale didattico, che vedrà ora le sorti dei piccoli affidati al buonsenso e alla comprensione della maestra di turno; e che dio ce la mandi buona.
Naturalmente aprire a tutti, indistintamente, le porte dello scuolabus piuttosto che della mensa, equivarrebbe a commettere un’ingiustizia nei confronti di chi si fa in quattro, privandosi di tante cose, solo per poter garantire un pasto caldo a scuola per il proprio figlio. Ma dividere la classe in due, con i ‘‘regolari’’ a destra e gli ‘‘irregolari’’ a sinistra, a che cosa equivarrebbe? È vero, la scuola è istruzione, è nozionistica quando non è didattica e tra i suoi compiti c’è anche quello di insegnare ai bambini chi è Garibaldi, come si fanno i conti, le tabelline e le coniugazioni dei verbi.
Ma è soprattutto palestra di vita, socializzazione, coinvolgimento e mai emarginazione. E buon esempio, quello che deve per forza di cose arrivare dalle istituzioni, da chi sta più in alto e non deve mai mancare. Come si sentirebbero dei bambini costretti a consumare il loro pasto nella stanza accanto mentre gli altri pranzano uniti in mensa? E soprattutto, i bambini più fortunati, di fronte a così evidenti (e magari anche giustificate disparità), con quali convinzioni e con quali regole cresceranno, se non con quelle del pesce più forte che divora quello più piccolo?  
Sulla questione è intervenuto l’assessore alla Pubblica istruzione, Gioia Perrone: «Non c’è nulla di nuovo rispetto allo scorso anno – ha spiegato – chi era coperto da esonero non dovrà restituire nulla e dubito che gli uffici abbiano dato risposte diverse ai genitori su questo punto. Dubito fortemente di quella circolare (quella che gira in rete, ndr)  – ha proseguito Perrone – a meno che quella di far partire il servizio mensa il 3 novembre non sia una decisione autonoma di qualche scuola». Secondo l’assessore alla Pubblica istruzione basterebbe una legge nazionale ad impedire ai bambini di portare il pasto da casa: «Il fatto di consentire ai genitori di prelevare il proprio figlio durante la pausa pranzo – ha aggiunto – è discrezione della singola scuola». Sarà anche vero, ma allora perché non riunire i presidi del tentativo di arrivare a una linea il più possibile condivisa e magari evitare fughe in avanti, incomprensioni e soprattutto disagi a genitori e bambini?  Gioia Perrone ha fatto chiarezza anche sul servizio scuolabus: «Gli esonerati devono provare il loro disagio socio-economico», ha riferito.
Parole precise e incontestabili. In un’altra epoca, forse sotto un altro regime politico, la linea della Perrone sarebbe sicuramente risultata vincente. Perché è la legge dei numeri e non fa una piega: mensa e pulmino solo per chi paga.  Ma quando si parla di bambini, il discorso cambia e cambiano le regole. Il buonsenso deve sempre prevalere sulla ragione e sulla burocrazia, anche quando i soldi sono pochi e i rischi invece tanti. L’assessore deve assumersi qualche responsabilità in più, magari diversa: deve scendere in piazza, esporsi in prima persona e fare politica anche se appartiene al movimento dell’antipolitica.   E deve farlo soprattutto perché il settore che rappresenta è delicato, di difficile controllo e attiene strettamente a coloro che rappresenteranno il futuro di questa italietta malata. Creare, favorire, oppure non evitare differenze e disuguaglianze tra i più piccoli, non è assolutamente tra i compiti primari della Pubblica istruzione, né della scuola, chiamata a essere palestra di vita prima ancora che ghetto culturale. Insegare ai bambini l’importanza dello stare insieme, del coinvolgimento e della partecipazione senza escludere o emarginare nessuno, rappresenta sempre un successo per chi è seduto dietro una cattedra. Del luogo in cui è nato Garibalidi, in fin dei conti, chissenefrega.

ULTIME NEWS