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Gherardo Colombo si confessa tra cultura e legalità

Gherardo Colombo si confessa tra cultura e legalità

di ELISA CASTELLUCCI

CIVITAVECCHIA – “La liberà è la poesia del vivere insieme, per mantenerla occorre impegnarsi nel diventare insieme democrazia”. È questa la definizione data dall’ex giudice Gherardo Colombo in una delle sue lezioni. Il sostituto procuratore della Repubblica di Milano ha ricevuto all’aula Pucci il “Premio Libera Informazione – Memorial Sandro Mecozzi”, giunto alla sua sesta edizione.
Magistrato, poi pubblico ministero di inchieste che hanno fatto la storia d’Italia, come la Loggia P2 o Mani Pulite, Gherardo Colombo ha messo profondamente in discussione le sue idee e scritto numerosi libri tra cui “Il peso della libertà”.
Scelto dagli organizzatori dopo Travaglio, Lirio Abbate, Ascanio Celestini, Don Luigi Merola e Maurizio Landini anche per il suo impegno di sensibilizzazione agli studenti nelle scuole d’Italia. Anomalo quanto mai efficace l’approccio diretto e informale del dibattito. Colombo ha difatti saputo, con abile ironia, coinvolgere lo stesso sindaco Cozzolino, rimasto tra gli studenti ad ascoltare fino alla fine. Si perché Colombo ha incontrato la platea dei civitavecchiesi, in un ricco confronto, rispondendo a tutte le domande dei presenti.
Per questa occasione la massima assise cittadina, si è trasformata in una vera e propria agorà, cornice di un appropriato esercizio di riflessione sulla democrazia. Riprendendo filosofi come Kant, ha spiegato il Colombo umanista,  «se vogliamo che la democrazia funzioni, dobbiamo mettere in discussione noi stessi, passare da sudditi a cittadini, vuol dire assumersi delle responsabilità e avvicinarsi al rispetto della nostra Costituzione, ad un vero e proprio stato di libertà».
E alle puntuali domande di uno degli organizzatori, Marco Galice, sul perché di Mani Pulite e sull’importanza del cambiamento della magistratura oggi, i passaggi fondamentali da Tangentopoli a Mafia Capitale, Colombo ha sapientemente argomentato, spiegandone la storia, uscendo dal ruolo di magistrato e convergendo su un unico punto dirimente.
«Se dopo Mani Pulite non è cambiato qualcosa, vuol dire che lo strumento che abbiamo sinora usato non è quello idoneo. L’unica vera cosa che ho capito negli anni da magistrato – ha spiegato il magistrato – è che se la cultura e la legge non coincidono, vincerà sempre la cultura. Per vincere la corruzione dobbiamo cambiare il modo di pensare e di agire di noi stessi, le istituzioni siamo noi e le creiamo noi».

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