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Anziana cade al pronto soccorso e finisce sotto i ferri

Anziana cade al pronto soccorso e finisce sotto i ferri

Era stata ricoverata per tre costole incrinate: è stata operata a 87 anni a causa della rottura del femore. Adesso i parenti della donna chiederanno un risarcimento danni alla Asl. Un nuovo caso che mette in evidenza quella che è diventata la principale lacuna dell’ospedale San Paolo: la carenza di personale

CIVITAVECCHIA – La continua ricerca di una buona sanità che si scontra con i limiti del sistema, la fiducia che l’utente ripone nei medici e negli infermieri che va in conflitto con un protocollo che impone al personale sanitario turni massacranti tali da portare a un inevitabile abbassamento dei livelli di guardia. È così che ogni volta si crea il caso e le strutture sanitarie, nonostante le eccellenze annidate al loro interno, diventano un qualcosa dal quale stare alla larga. Civitavecchia da un po’ di tempo a questa parte sta conoscendo uno dei suoi periodi più bui connessi alla sanità locale e questo nonostante la presenza all’interno delle strutture pubbliche di vari professionisti che sanno bene dove mettere le mani. Ma la bravura delle volte non basta: quando un medico di pronto soccorso è costretto a coprire un turno da solo con venti pazienti sistemati nelle stanze in attesa di essere visitate e trenta che aspettano di essere registrate, non c’è preparazione che tenga e l’incidente professionale è sempre dietro l’angolo. Quando si parla di sanità però l’incidente potrebbe portare a conseguenze gravissime. E gli esempi non sono certo mancati negli ultimi mesi, con una serie di casi finiti all’attenzione dell’Autorità giudiziaria.

La scorsa settimana l’ennesimo caso che ha visto protagonista il pronto soccorso. Giovedì alle 14 una donna di Santa Marinella viene accompagnata al pronto soccorso dalla persona che la assiste a causa di una caduta. Ha tre costole incrinate e ad 87 anni di età occorre fare molta attenzione. Il reparto è affollatissimo, pazienti ovunque e come sempre il personale scarseggia. L’anziana signora viene tenuta sotto osservazione, ma ad un certo punto il personale si allontana per prestare soccorso agli altri degenti. Così, nella notte tra venerdì e sabato, accade qualcosa di inaspettato: la donna cade dal letto sul quale si trovava e riporta la rottura del femore. È il panico, i parenti dell’anziana non sono rintracciabili e la persona che la assiste va a parlare con l’anestesista, apprendendo che il necessario intervento potrebbe anche non riuscire, che la donna potrebbe anche non risvegliarsi dall’anestesia. A quel punto l’assistente non firma l’autorizzazione all’esecuzione dell’intervento chirurgico e, ben consigliato, lascia che sia un magistrato a farlo. La signora viene operata e l’intervento riesce, anche se l’esito definitivo sarà reso noto tra qualche giorno.

«La signora era molto agitata», sarebbe stata questa l’unica giustificazione fornita dal personale del San Paolo ai parenti della donna, che ora hanno intenzione di chiedere un risarcimento per i danni subiti. Proprio quando è parecchio agitato un paziente necessita di un particolare contenimento, ma come garantirlo se nel reparto si registra un sovraffollamento di quella portata? L’ennesimo caso che non vogliamo definire ‘‘di malasanità’’, preferendo chiamarlo di ‘‘mala-politica’’. Tanto, quando si verificano episodi di questo tipo, è gioco facile scaricare la colpa sull’ultima ruota del carro che in questo caso è rappresentata dal personale operante. Possibile che la Regione Lazio, pur con tutti i problemi legati al commissariamento della sanità, non riconosca situazioni emergenziali come quella proprio del Pronto Soccorso del San Paolo, dotandolo del minimo organico indispensabile ad evitare rischi quotidiani a pazienti, medici e operatori? 

In un contesto diverso avremmo detto ‘‘fino a quando non ci scappa il morto’’, ma al San Paolo è già accaduto anche questo e siamo nettamente oltre la soglia di tolleranza. 

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