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Marco Nica cerca un senso alla tragedia

Marco Nica cerca un senso alla tragedia

Il papà di Daniele Nica chiede che si accerti ogni grado e livello di responsabilità per restituire trasparenza e credibilità a tutti e difendere così la memoria del figlio. «Mi fa stare male l’idea che venga liquidato tutto come una tragica fatalità»

di TONI MORETTI

LADISPOLI – Marco Nica, il padre di Daniele, il ragazzo sedicenne di Ladispoli vittima di un tragico incidente avvenuto sulla via Aurelia nella notte attorno alle due del 9 luglio, nei pressi del noto locale Pinar, parla dal suo bar al centro di Ladispoli. Non nasconde la voglia di parlare e di dire la sua su quella notte, premettendo che «Mi fa stare male l’idea che venga tutto liquidato come una tragica fatalità». Marco cerca un senso alla tragedia. È conscio che sono cose che possono succedere ma è altrettanto convinto che fra tutte le persone coinvolte, ci sono delle responsabilità alle quali, forse per un naturale spirito di conservazione, ognuno vorrebbe sottrarsi. Bene, è per dare un senso al silenzio che tenta di imporre al suo dolore ancora prepotente che appare in quella lacrima furtiva che le riga il volto, è per preservare comunque la memoria di suo figlio da inesattezze anche se non volute, che potrebbero far passare una immagine diversa, di un bravo ragazzo, con uno splendido rapporto coi genitori, solare e divertente, che tutti piangono in città, che perde la vita falciato da un’auto sul ciglio della strada.

Marco, cosa ti tormenta?

«Vedi, le manifestazioni di solidarietà che ho avuto da tutti, gente conosciuta, vicina e da persone del tutto sconosciute che si sono strette intorno alla mia famiglia, non mi hanno impedito di pensare e ripensare alla ricerca di un senso, di una spiegazione. Per cui ripassando ogni fatto, ogni parola sentita, l’espressione di ogni volto, ho avuto come l’impressione che ogni tanto il film si fermasse e non dava risposte. Daniele è morto perché investito da una macchina. Bene questa macchina non camminava da sola. Chi la guidava aveva una buona visuale, la strada era dritta, la velocità era bassa e comunque nei limiti per ogni reazione, eppure l’investimento avviene senza segni di frenata, come se non ci fosse nulla che ostacolasse. Allora, come si fa, in quelle che sono definibili come condizioni ottimali, a non accorgersi che quell’auto che hai dichiarato di avere già visto, all’ultimo momento di prenderle lo sportello col il ragazzo che cercava forse il suo telefonino? E se quell’auto l’avevi vista, la manovra più naturale era quella di allargarsi, non di stringere, anche perché non risulta ci sia stato impedimento alcuno nell’altra corsia. Allora, quello che chiedo è che se ne accertino le responsabilità reali, al di fuori di ogni congettura o pregiudizio, perché lo merita Daniele, lo merita la mamma Katia, lo merito io. Poi ci sono i comportamenti postumi a cui comunque bisogna dare un senso. S. R., l’investitore, avverte il bisogno di scrivere una lettera alla mia famiglia. Se ne possono comprendere le intenzioni se la invii per raccomandata con ricevuta di ritorno, come per voler avere la certezza del ricevimento, e se il testo parla di fatalità evitando con chirurgia legale ogni frase, ogni parola, ogni concetto che possa configurare un’ammissione di colpa? Capisco, ma allora perché la scrivi?»

Marco. Un altro aspetto che non ti torna?

«Si è detto e si è scritto, insinuando anche dei dubbi antipatici, che la presenza di Daniele al Pinar, poteva essere una scappatella ad insaputa della famiglia. Noi sapevamo che quella sera Daniele voleva andare al Pinar, perché Daniele ci andava come molti dei ragazzi di Ladispoli. Il fatto è che non doveva arrivarci come c’è arrivato. Daniele frequentando l’Istituto Alberghiero e avendo scelto l’indirizzo di sala, faceva dei servizi per un catering di alto livello. Cose importanti, utili per la sua carriera. Gli accordi erano che noi accompagnavamo Daniele presso le sedi dove si svolgevano questi servizi e andavamo a riprenderlo, poiché minorenne e sprovvisto di patente o macchinina, come si è erroneamente detto. Alcune volte, quando nello stesso servizio era impegnato un vecchio amico che ha lavorato anche con me, lo riportava a casa lui. Quella sera con la madre aveva espresso il desiderio di voler andare al Pinar tanto che la madre gli disse che le avrebbe portato la camicia per cambiarsi e che rientrato a casa lo avrebbe accompagnato lei. Poi non si riesce più a comunicare perché probabilmente non trovava il telefonino. Sta di fatto che alle tre quando mi è arrivata la telefonata dai carabinieri per darmi l’orrenda notizia, per me il servizio non doveva essere ancora finito. Allora: Chi ha lasciato andare via Daniele prima dell’orario? Perché non è stato affidato al mio amico? Ammesso che non si trovava il suo telefonino, perché non sono stato avvertito del cambiamento di programma da altro apparecchio? Anche queste sono domande alle quali gradirei avere una risposta. E poi ce ne sono tante altre, apparentemente insignificanti ma che tutte insieme possono offrire un quadro chiarificatore».

A Marco una stretta di mano e lo lasciamo lì, al suo bar, al suo lavoro e ai suoi pensieri.

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