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Ladispoli, il destino del Pit nelle mani della burocrazia

di DANILA TOZZI

LADISPOLI – Continua a tenere banco la questione della ventilata disattivazione del Pit di Ladispoli, dopo che sono fioccate interrogazioni anche a livello parlamentare, in modo trasversale, per cercare di capire come salvare la struttura sulla via Aurelia dal suo destino. Cioè la chiusura. A prendere posizione contro tale ipotesi nelle settimane scorse tutti uniti: sindaci e cittadini, partiti politici e sindacati. A far sollevare il polverone delle polemiche e delle alzate di scudo comunque contro la sua chiusura, il documento inviato dalla Direzione Regionale della Salute e Politiche Sociali, indirizzato ai direttori generali delle Asl Rm2, Rm4, Rm5, di Rieti, Viterbo e Latina avente per oggetto appunto il PPI (Posto di Primo Intervento) in cui si evince che, (dalla nota prot. N. 354891 GR/11/48 del 5 luglio 2016), viene comunicato al Ministero della Salute e a quello dell’Economia e delle Finanze che «da una ricognizione effettuata risultano attive nel territorio regionale 13 punti di Primo intervento e che la stessa, in coerenza con quanto disposto dal D.M. n. 70/2015 ne prevede la disattivazione. L’amministrazione della Pisana ha precisato che la menzionata disattivazione avverrà in due fasi: la prima riguarderà i PPI presenti in strutture extraospedaliere, la seconda fase interesserà PPI ubicati presso presidi ospedalieri riconvertiti. Tanto premesso si invitano le direzioni delle Asl a voler comunicare con sollecitudine le azioni che si intendono intraprendere per garantire l’avvio del processo, in coerenza con la citata normativa». La fredda burocrazia non tiene conto insomma di esigenze e bisogni legati come nel caso del Pit di Ladispoli di un’area che serve 80.00 utenti, nei periodi invernali, che raddoppiano in quelli estivi e che in mancanza di nosocomi nel raggio di pochi chilometri diventa indispensabile per intervenire in casi di emergenza. Perciò i sindaci Paliotta di Ladispoli e Pascucci di Cerveteri hanno levata alta la voce che il Pit non si tocca, così come interventi politici a più riprese hanno commentato la notizia di un’eventuale dismissione come una vera e propria calamità. «Una struttura che registra 7.000 interventi l’anno – obiettano i fautori del ‘‘tutto rimanga com’è” – a cui è stata accorpata, con gran cassa, la Casa della Salute con 10 posti letti non può essere chiusa tanto più che- osservano- quella di Ladispoli è una struttura che non rientra nelle categorie indicate nelle disposizioni del decreto ministeriale». Anche il Direttore generale della Asl di Rm 4, Giuseppe Quintavalle, d’altronde ha voluto rassicurare amministrazioni e popolazioni che il Pit di Ladispoli non è tra quelli che dovranno essere disattivati. I sindacati non si sono sentiti particolarmente garantiti e la faccenda, almeno per ora, rimane aperta. Tra dubbi e certezze, luci e ombre.

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