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"I Ciontoli dicono un mare di bugie"

"I Ciontoli dicono un mare di bugie"

Domani terza udienza in Corte d’Assise a Roma per la morte di Marco. Esaminati i genitori, il cugino Alessandro Carlini, il dottor Matera, medico di guardia al PIT al quale fu chiesto di falsificare il referto, Ilaria Bianchi, infermiera del 118 che si  recò nella villetta per portare i primi soccorsi e l’operatore sanitario Magro. Mamma Marina: «Mio figlio era riservato, timido e non permetteva a nessuno di entrare nel bagno»

di GIULIANA OLZAI

CERVETERI – «Tante cose non posso ancora dirle perché sarò sentita in aula domani, ed è giusto che si dicano in quella sede. Posso dire però che ad oggi a me non è niente chiaro. Fino ad adesso si sono sentiti soltanto i Ciontoli e hanno detto un mare di bugie». A parlare è Marina Conte, la mamma di Marco Vannini,  il 20enne di Cerveteri ucciso circa 18 mesi fa, a Ladispoli, da quel maledetto colpo di pistola partito da una arma del padre della ex fidanzata, Antonio Ciontoli. Domani c’è la terza udienza in Corte d’Assise a Roma. A sfilare davanti al Collegio giudicante, presidente Anna Argento e giudice a latere, Sandro Di Lorenzo alcuni testimoni d’accusa, rappresentata dal pubblico ministero Alessandra D’Amore. I testimoni da esaminare sono: i genitori di Marco, papà Valerio e mamma Marina, il cugino di Marco, Alessandro Carlini; dottor Matera, il medico di guardia quella notte al PIT che ha avuto un colloquio privato richiesto da Ciontoli, che qualificatosi come appartenente all’Arma dei carabinieri gli aveva chiesto di non scrivere nel referto che Marco aveva un proiettile in corpo; Ilaria Bianchi, l’infermiera dell’ambulanza del 118 che si è recata assieme al Calisti (già sentito nella scorsa udienza) nella villetta dei Ciontoli per portare i primi soccorsi a Marco; e infine e l’operatore sanitario Magro. 
Per Marina è finalmente arrivato il momento in cui sarà ascoltata in aula e dice: «Sono un pò nervosa perché non so come funziona. Un po’ agitata perché per me è la prima volta ma sicura di quello che dovrò dire: semplicemente la verità. Per la prima volta posso dire la mia opinione in proposito, perché a oggi non sono stata mai ascoltata tranne che per informazioni sui fatti dalla polizia giudiziaria». 
Cosa è che vorrà porre più in evidenza? C’è qualche stranezza, qualcosa che non la convince? Col passare del tempo penso ci sia più lucidità nel vedere le cose. 
«Sono tante le cose che non mi tornano, per esempio non riesco a farmi una ragione del perché Marco quella sera stesse facendo il bagno, cosa per lui molto insolita, visto che preferiva farsi la doccia. Mio figlio era un igienista e non avrebbe  mai fatto un bagno. E poi mio figlio era una persona molto riservata, timida che si vergognava e arrossiva per un niente e questo stride col fatto che in quella casa tutti potevano entrare e uscire dal bagno a loro piacimento. Questa confidenza non l’aveva neanche con me. Ritengo assolutamente falso quanto dichiarato dai Ciontoli in quanto mio figlio non permetteva a nessuno, tranne che a Martina, di entrare in bagno. Per cui lo sparo non può essere successo nel bagno. E vorrei si chiarisse il mistero della maglietta mai ritrovata in quanto sono certa che quella che indossava dopo il fatto non era la sua. E’ certo infatti che Marco è arrivato agonizzante all’ospedale con indosso abiti non suoi. Perché?»   
Pensa che chiarendo queste cose potrebbero aprirsi nuovi scenari circa la dinamica del delitto?
«Questo non sta a me dirlo, saranno i giudici a fare le loro considerazioni e valutazioni. Adesso che iniziano a parlare i testimoni sicuramente si arriverà ad una versione più veritiera di chi era mio figlio e di cosa è successo in quella casa».
Alla luce di queste dichiarazioni vengono spontanee alcune domande. Ma Marco era davvero nella vasca da bagno al momento dello sparo? O invece vi è stato portato dopo, per essere pulito e lavato? E quindi che lo sparo sia avvenuto in un altro ambiente della casa? Questa ipotesi verrebbe suffragata dalla riservatezza di Marco, nota a tutti, che escluderebbe la possibilità di lasciare la porta del bagno aperta dove tutti potevano entrare e uscire. E poi c’è da chiedersi, se veramente Marco avesse avuto la necessità di lavarsi, dopo cena, non è più verosimile pensare ad una doccia veloce, che il ragazzo preferiva? Questa ipotesi escluderebbe che fosse al bagno al momento dello sparo in quanto la doccia si fa in piedi e non seduto sulla vasca e vista l’altezza di Marco non poteva essere colpito nel punto in cui si è accertato. E poi quella maglietta sparita e mai restituita che Marco indossava quel giorno, certamente poteva parlare. Non a caso non si trova. Senza dubbio in questo processo pesa il fatto che la casa non sia stata sequestrata e la scena del crimine isolata nell’immediatezza del fatti. L’esame dello stub fa emergere che sulla scena del crimine erano presenti Antonio Ciontoli e i figli Martina e Federico. L’anomalia è che il test non è stato fatto anche alle altre due persone presenti in quella casa quella sera: Maria Pezzillo, moglie di Antonio, e Viola Giorgini, fidanzata di Federico. Antonio Ciontoli è reo confesso e le indagini fin qui esperite lo collocano quale autore dello sparo che si rivelò, unitamente alle altre concause, fatale per Marco ma non si può escludere a priori che a sparare possa essere stato un’altra persona dei presenti.

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