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Viaggiava oltre i 100 km/h l'auto che ha investito Daniele

Viaggiava oltre i 100 km/h l'auto che ha investito Daniele

Giungono i risultati delle prime perizie di parte sulle dinamiche dell’incidente in cui ha perso la vita il ragazzo. Per i genitori Marco e Katia la morte del ragazzo non sarebbe stata una fatalità

LADISPOLI – Non si sarebbe trattato di una fatalità. Questo ripete con tutta la sua forza Marco Nica, padre di Daniele, il giovane 16enne che questa estate ha perso la vita sull’Aurelia in un tragico incidente.
E a confermare le impressioni di Marco Nica vi sarebbero i primi riscontri delle perizie di parte che sono state disposte dai legali della famiglia per accertare eventuali responsabilità da parte di S.R., il 31enne che guidava l’auto scura che ha colpito a morte Daniele e la Panda che lo aveva condotto in quel punto maledetto della statale Aurelia.
«Era impossibile non vedere la Panda dove era mio figlio – racconta Marco Nica – il conducente aveva tutto il tempo per evitare la sua morte”. La famiglia Nica distribuisce le responsabilità di quanto accaduto e di quanto sarebbe poi avvenuto subito dopo la tragedia. “Siamo stati avvisati dell’incidente un’ora dopo, mentre la madre di S.R. era sul posto pochi minuti dopo lo scontro».
Un fatto, quest’ultimo, sul quale la famiglia attribuisce responsabilità anche a coloro che, avendo in carico il minore, avrebbero dovuto tempestivamente avvisare i genitori di quanto accaduto.
Su quanto accaduto, quindi, vi sono i primi riscontri delle perizie di parte. «Le perizie – aggiunge Marco Nica – stanno mostrando che le cose non stanno come si vuole far credere. Testimoni riferiscono inoltre che sul posto, durante i soccorsi si parlava di una distrazione dovuta all’uso del cellulare». Il fatto sembra poi non essere stato confermato alle forze dell’ordine sopraggiunte.
Sull’episodio graverebbe una catena di responsabilità molto lunga che parte dal momento in cui Daniele è stato affidato senza preavviso a dei ragazzi per essere accompagnato a casa, al posto in cui è stata parcheggiata l’auto, fuori dalla carreggiata, ma in un punto molto pericoloso e buio.
Le perizie riferirebbero che la Panda rossa, sulla quale aveva viaggiato Daniele, era parcheggiata sì subito fuori dalla carreggiata, ma in una zona con divieto di sosta. 
Sempre da un altro accertamento disposto dalla famiglia sembra che la velocità alla quale transitava l’auto che ha investito Daniele era di almeno 100 km/h, molto più alta del limite di 70 km/h che è presente in quel tratto. Oltre a ciò, il veicolo sembra transitasse proprio al limite della carreggiata, un fatto pericoloso anche alla luce dell’alta velocità. Daniele era infatti accucciato nella Panda rossa parcheggiata proprio al limite della striscia bianca quando è stata invasa dall’auto che sopraggiungeva. «Non riusciamo ad accettare che per l’irresponsabilità di diverse persone la vita di mio figlio sia stata spezzata e con la sua quella di una intera famiglia che non vivrà mai un giorno felice: padre, madre, fratello, sorella, cugini, nonne e nonni distrutti». Difficile accettare per i parenti di Marco che gli eventuali responsabili dell’accaduto siano in stato di libertà, seppure questo sia consentito dal nostro ordinamento giuridico. 
Al momento solo il conducente dell’auto sarebbe indagato. «L’unica cosa che ci resta – aggiunge Nica – è il rispetto per nostro figlio, quel rispetto che non hanno avuto i responsabili di questa vicenda. Nessuno ha avuto il coraggio di farsi vivo se non tramite una lettera raccomandata con ricevuta di ritorno inviata 25 giorni dopo la morte di Daniele. Spero che la giustizia attesti tutte le responsabilità a partire da chi lo ha affidato incautamente per il ritorno a Ladispoli senza averci avvisato, a chi lo ha condotto in quel locale fino a chi lo ha investito».
«Ci auguriamo solo – aggiunge il padre – che Daniele, per il quale abbiamo disposto la donazione degli organi e tessuti in virtù del suo attaccamento al prossimo, al fatto che volesse fare da grande una missione militare, al suo voler divertire i bambini travestendosi da supereroe, al fatto che credesse fortemente nei valori della famiglia, possa avere lo stesso trattamento benevolo da parte della giustizia».
«Mio figlio è morto, i responsabili stanno nelle loro case, c’è qualcosa che non va. Chi perde la vita per mano di altri – conclude Marco Nica – deve avere rispetto e mio figlio fino ad oggi non ne ha avuto».
Nel frattempo la procura di Civitavecchia sta a sua volta svolgendo le indagini e disponendo le proprie perizie. Sarà importante infatti vedere se le risultanze dei periti di parte coincideranno con quanto emergerà dalle indagini condotte dal pm.

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