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"L'uomo che dribblava i treni": domani la presentazione del libro di Michele Capitani

CIVITAVECCHIA – “L’uomo che dribblava i treni. Storie di un’umanità senza fissa dimora”. Questo il titolo del libro di Michele Capitani che sarà presentato domani pomeriggio alle 17.45 presso l’aula Magna dell’Università di Civitavecchia, in piazza Giuseppe Verdi, 1. Oltre all’autore, interverranno anche il fondatore de “Il Ponte” don Egidio Smacchia ed il professor Giovanni Insolera, incaricato ai Beni culturali – Diocesi di Civitavecchia-Tarquinia, con Valeria Musarella che leggerà alcuni brani del libro. L’ingresso è libero. 

IL LIBRO

Michele Capitani, professore di Lettere, appartiene alla Comunità di Sant’Egidio e da anni si dedica alle persone senza fissa dimora. Attraverso quest’attività “sociale” è venuto a contatto con tante storie di un’umanità sconosciuta, eppure visibile in ogni angolo delle nostre città. A queste storie è dedicato il suo nuovo libro L’uomo che dribblava i treni. Pagine che partono da una domanda: “Come si chiama il mendicante che sta di solito all’uscita del supermercato?”. È lì da anni, ma il suo nome, probabilmente, ci è ignoto. Forse perché dargli una moneta è un modo per liberarcene e assolvere la nostra coscienza. L’umanità di cui si parla in queste pagine è fatta di uomini e donne che vivono per strada: le loro storie – spesso drammatiche, a volte assurde, talora comiche – mettono a nudo l’ ipocrisia delle persone cosiddette civili e rivelano la molteplicità delle risorse di una popolazione apparentemente invisibile, ma che reclama soltanto un posto più dignitoso nelle nostre città e nel cuore di chi una casa ce l’ha.

C’è chi, come Renato, prima di mettersi a dormire in stazione, diventata ormai il suo riparo per la notte, legge articoli sportivi su partite che non vedrà mai, o chi, come Davide, ha escogitato un sistema per dribblare i treni ed eludere la sorveglianza della polizia. O ancora chi, come Jan, dice di vedere gli Ufo e gli lascia anche da mangiare…

Sospesi tra l’abbrutimento di una vita ai margini e la poesia della strada, fatta di piccoli-grandi gesti gratuiti e inaspettati, i vagabondi, gli emarginati, i barboni che tendono una mano accovacciati sui marciapiedi sono spesso straordinariamente vicini alle radici della vita e al suo senso. “I senza-dimora – scrive l’Autore – hanno bisogno che il loro mondo si compenetri vicendevolmente con il mondo della città visibile, poiché ci guadagnano entrambi […]. E quando si riesce ad aiutare un bisognoso con l’abilità di non farlo sentire commiserato, con l’equilibrio tra sollecitudine, egualitarismo e discrezione… ecco, ci scopriamo immersi in qualcosa che, quasi quasi, potremmo anche chiamare amore”.

 

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