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Processo Vannini. Pistola malfunzionante e colpo ravvicinato

Processo Vannini. Pistola malfunzionante e colpo ravvicinato

I Ris chiamati davanti ai giudici ieri alla sesta udienza. Il perito della difesa su Ciontoli: "Non è un utilizzatore abituale di armi"

LADISPOLI – Sesta udienza ieri per il caso dell’omicidio Vannini presso la Corte d’Assise di Roma. A sfilare davanti ai giudici, ieri, il consulente della famiglia Vannini l’ex generale dei Ris Garofano, il tenente colonnello Fratini e il maggiore Polese del Ris di Roma e il consulente della difesa Barea Maurizio.  Punto fermo dell’udienza la conferma dell’importanza del malfunzionamento dell’arma da parte dei due testimoni del RIS di Roma e del perito di parte civile Luciano Garofano. Il maggiore Polese ha riferito circa le armi esaminate. L’attenzione si è concentrata sulla Beretta 84 nove millimetri a canna corta. Il maggiore ha descritto l’evidente malfunzionamento dell’arma: tirando il grilletto il cane non si abbatteva e la pistola non sparava (in doppia azione), mentre l’arma funzionava perfettamente armando precedentemente il cane e agendo poi sul grilletto (azione singola). Sostituendo il componente del congegno che causava l’anomalia si è accertato come l’arma tornasse a funzionare perfettamente. Ciò ha fatto pensare che il malfunzionamento fosse dovuto all’usura di quella parte. L’usura del traversino, per il maggiore del Ris, deriverebbe da ripetuti cicli di sparo in doppia azione. A supporto di questa ipotesi, è stato indirettamente richiamato anche il parere dei tecnici della Beretta. «Come è potuto accadere allora che l’arma abbia sparato?». Questa la domanda posta dall’avvocato Gnazi al maggiore. La risposta di Polese è stata che se l’arma fosse stata scarica premendo sul grilletto non sarebbe accaduto nulla, lo stesso in singola azione. «Diverso se io aziono il carrello, arretro, rilascio e vado in chiusura».  Sulla balistica e la traiettoria del proiettile ha riferito il tenente colonnello Fratini, il quale ha parlato di un proiettile singolo a palla unica entrato da dietro verso avanti, dall’alto verso il basso, da destra verso sinistra. Proiettile che non è uscito dal corpo della vittima, finendo dunque la sua corsa internamente. La forma del proiettile riscontrata sulla cute è molto regolare, “praticamente ovalare”, ha aggiunto il teste, con elementi puntiformi riscontrabili sulla pelle. Tale fenomeno fa concludere per “un colpo eseguito a distanza ravvicinata, non a contatto, ma vicino”. Esclusa l’ipotesi di un colpo di rimbalzo. Sempre per il tenente colonnello il percorso fatto all’interno del corpo dal proiettile è coerente con l’ipotesi di un “braccio lievemente alzato” e con la forma dell’impatto. Visti i residui di polvere in combusta sulla pelle nuda gli ufficiali del Ris hanno escluso che il colpo sia stato sparato da lontano e a contatto. Sulla relazione si parla di una distanza da 15 a 25 centimetri, precisa il Pm D’Amore. Escluso, inoltre, che la zona colpita fosse ricoperta da indumenti. Al banco dei testimoni è stato, poi, il turno del consulente delle parti civili Luciano Garofano che ha chiesto alla Corte di poter utilizzare un proiettore. I tre aspetti su cui si è concentrata la consulenza sono lo scarrellamento, l’ambiente in cui è avvenuto l’evento, la verifica dell’eventuale alterazione della scena del crimine e se questa potesse essere ricompresa dalle analisi eseguite dal Ris. L’arma scarica quando viene scarrellata mostra evidentemente che non ci sono cartucce e viceversa, questo sembra suggerire il filmato proiettato in slow-motion dall’ex generale.  La conclusione di Garofano è che ci fossero tutte le condizioni per capire in che stato si trovasse l’arma, senza dimenticare che la forza richiesta da imprimere al grilletto è di circa 2,3 kg. Garofano nella sua relazione parla anche di sopralluogo e repertamento della scena non esaustivi. Il sopralluogo sulla scena del crimine non sarebbe stato consentito al consulente di parte civile da parte del pm.  Passando all’analisi delle particelle di polvere da sparo, i rilievi riportano 87 aggregati di particelle sugli indumenti di Federico e 18 su Martina. Sull’arma, ricorda Garofano, sarebbe stata trovata una quantità di tracce biologiche talmente scarsa da far pensare all’ipotesi di una pulizia successiva. Questa è anche la linea degli avvocati di parte civile, cui si oppone fermamente la difesa e la cui rilevanza processuale è ancora tutta da verificare. E’ poi toccato a Barea Maurizio, consulente della difesa, riferire sulla balistica e sul malfunzionamento della pistola.  Il consulente era presente all’ispezione della pistola presso la fabbrica Beretta e a detta sua i tecnici della Beretta non avrebbero mai parlato di utilizzo eccessivo. Facendo riferimento alla lanugine presente sulla seconda arma il consulente ha specificato che le armi erano ferme da parecchio tempo. L’arma era stata acquistata tra 2003 e 2004. Le cartucce, dal codice che c’è dietro, sembrerebbero essere state assemblate nel 1982, spiega. La conclusione fatta da Barea rispetto allo stato delle armi è che il proprietario delle stesse, Antonio Ciontoli, «non è un utilizzatore abituale». 
Dopo Barea è stato il turno del consulente della difesa Francesco Saverio Romolo, esperto dei residui dello sparo. Per Romolo se l’evento fosse avvenuto in uno spazio ristretto- come il bagno- e le tre persone fossero state tutte presenti, ci sarebbero stati risultati diversi da quelli emersi.  Invece nelle narici sono state riscontrate 12 particelle per Antonio Ciontoli, nessuna per Federico e una soltanto per Martina. Relativamente agli indumenti 18 particelle sono state riscontrate su quelli di Martina, 42 su quelli di Ciontoli Antonio e 87 su quelli di Ciontoli Federico. Secondo la ricostruzione di Romolo, se in quello spazio ristretto fossero stati presenti anche Martina e Federico sarebbero stati ricoperti di particelle in numero ben maggiore poiché il maggior numero di particelle non va sugli indumenti di chi spara, ma va lateralmente, in particolare a destra poiché è lì che si trova la finestra di uscita del bossolo. 
Quindi se Federico si fosse trovato lì sarebbe stato completamente ricoperto, nell’ordine di centinaia di particelle se non migliaia. Questa sembra essere la tesi del consulente di parte della difesa. Che ne abbia di più del padre sarebbe normale per chi ha spostato la pistola e il bossolo. Martina invece ne avrebbe 18 per essere entrata successivamente nella stanza. Prossima udienza fissata per il 13 marzo alla presenza dei medici legali.

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