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"Ho promesso a Marco giustizia"

"Ho promesso a Marco giustizia"

Marina Conte, la mamma di Marco Vannini, parla per la prima volta del giuramento fatto al figlio all’ospedale Sant’Andrea al momento dell’estremo saluto: «Sarò forte». «Ero una donna semplice, tranquilla e adesso sono nel pieno di uno tsunami. Purtroppo la vita è anche questo»

di GIULIANA OLZAI

CERVETERI – «Io sarò forte per mio figlio. Quando sono andata all’ospedale Sant’Andrea prima del funerale, mentre si chiudeva quella bara gli ho detto: avrai giustizia. Ho giurato che avrei fatto tutto il possibile affinché ottenesse giustizia. Marco stai tranquillo, gli ho detto, come sempre mamma ha risolto i tuoi problemi. Quando ne aveva qualcuno si rivolgeva sempre a me. Tu lo sai che mamma è forte e riuscirà a far emergere la verità per te. Puoi stare certo che fino a quel giorno non avrò pace. Lotterò con tutte le mie forze fino all’ultimo respiro. Mio figlio purtroppo è morto. Non può parlare e non può dire quello che è successo». 
Queste le parole di Marina Conte, mamma di Marco Vannini, al momento dell’estremo saluto. Marco infatti era stato portato all’obitorio dell’ospedale Sant’Andrea, dove è stata eseguita l’autopsia e, dice Marina «mi hanno detto che lo potevo vedere la mattina prima del funerale. Sono stata lì con lui fino a che ho potuto e mentre si chiudeva la bara ho fatto il giuramento. Sono certa che avrà giustizia. Ho sempre creduto nella giustizia e sono sicura che si farà giustizia per Marco. Devo essere forte per mio figlio perché  Marco sicuramente la vuole. D’altronde, dopo quello che gli hanno fatto in quella casa! Pensare che nonostante le urla disumane che lanciava, nessuno ha alzato un telefono per dire correte correte o lo ha preso e portato con la macchina all’ospedale, per esempio all’Aurelia Hospital si arriva in un quarto d’ora, e di tutti i presenti, tutti maggiorenni che avevano la macchina, nessuno si è mosso. Non ci sono parole».  Per Marina questo è un periodaccio. «Ho affrontato quest’ultima udienza nervosa, agitata e malinconica – dice – E’ passato da poco il Natale e la mancanza di mio figlio è stata lacerante. Il Natale è la festa più bella dell’anno e mio figlio, che non c’era, mi è mancato ancora di più. Sento parlare, anche da chi mi sta vicino, di rassegnazione. Il mio pensiero è fisso, la cerco come una liberazione ma non arriva. La rassegnazione può arrivare per la perdita di un marito, di un genitore ma per un figlio la ritengo contro natura. E mi convinco sempre più che certe ferite per una madre sono incurabili. Poi è pure vero che sono venti mesi che vado avanti in questa guerra».  Marina non riesce a raggiungere quella razionalità che invece sembra abbia il marito Valerio, infatti dice: «La differenza fra me e mio marito è questa: oramai lui dice che tanto la verità vera non la sapremo mai, arriveremo ad una verità processuale, che è ben altra cosa rispetto a ciò che io avverto come esigenza per riequilibrare la mia esistenza. Quindi lui dice andiamo avanti per gradi e cerchiano di ottenere giustizia per Marco. A me non sapere cosa è veramente successo, mi logora e mi procura un dolore lento e fisso che non mi abbandona mai. Sarà perché io sono la mamma, sarà perché la mamma ha un amore più in simbiosi con il figlio, sarà perché Marco era figlio unico e c’era un legame molto profondo tra me e lui. Sta di fatto che questa è la mia condizione e la vivo male». 
Emerge tutto il travaglio di mamma Marina quando tenta di spiegare come vive ogni udienza: «Tu magari vorresti provare a non pensare più a quella tragedia. A quanto ha subito mio figlio. Invece, purtroppo sei costretta a rivivere momento per momento quegli attimi: dalle voci, dalle facce dei testimoni, da quelle persone dalle quali intuisco che sanno cose che io non so e sono vincolate da una sorta di gioco di ruolo che rifiuto concettualmente e che è alla base della mia grande sofferenza. Io conosco le carte, ma un conto è apprendere i fatti leggendo, un altro è sentirli dalle persone. Fa un altro effetto. E diventa molto più dura da mandar giù».
Sono due i ricordi riconducibili alle udienze che hanno toccato profondamente la sensibilità di Marina: «Non riesco a dimenticare quando la vicina di casa ha riferito delle urla di Marco che invocava aiuto definendole “disumane”, come non riesco a contenere lo sdegno che ho provato quando lui (Antonio Ciontoli) ha detto che Marco era come un figlio per lui. Marco era mio figlio e di mio marito». 
Nonostante Marina riconosca che l’ultima udienza è andata benissimo perché si è esclusa l’accidentalità del colpo e questo è stato riferito non solo dal suo consulente (il generale Garofano) ma anche dai consulenti del pubblico ministero (gli esperti balistici del RIS) per lei è stata comunque una giornataccia. 
E’ consapevole Marina che si è solo agli inizi e che chissà quante altre cose dovrà vedere, sentire e anche sopportare.  «Purtroppo – dice –  mi devo abituare. Piano piano, passo dopo  passo sto cercando di trovare un’altra Marina. Una Marina diversa da quella che era prima. Abituarsi a tanti ruoli prima sconosciuti, a situazioni mai pensate. Ero una donna e una mamma semplice e tranquilla. Ora mi trovo nel pieno di uno tsunami. Purtroppo la vita è anche questa».

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