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Ottocento criminale a Civitavecchia e nel comprensorio

Fatti e misfatti di tre figure leggendarie: Mastro Titta, il brigante Gasparone e Rico

Fatti e misfatti di tre figure leggendarie: Mastro Titta, il brigante Gasparone e Rico

di CARLO CANNA 

Nella storia criminale di Civitavecchia e dintorni l’Ottocento è stato indubbiamente il secolo che più di ogni altro ci ha restituito le figure di illustri omicidi, destinate a rimanere leggendarie fino ai nostri giorni. Si tratta di Mastro Titta, Gasparone e Rico, tre personaggi responsabili di efferati delitti, sebbene molto diversi tra loro, le cui vicende biografiche, in misura maggiore o minore, si sono mosse sullo sfondo dell’antica città portuale e del suo territorio nel corso del XIX secolo. Queste sono le loro storie.

Il boia Mastro Titta –   Nella lunga e sanguinosa “carriera” di Gianbattista Bugatti, meglio noto con il nome popolare di Mastro Titta, il più celebre boia dello Stato Pontificio, si ricordano ben 514 condanne a morte eseguite in prima persona nel corso di circa sessantotto anni (1796-1864) con mazzola, squarto, forca e ghigliottina. All’epoca la pena capitale era riservata prevalentemente a coloro che erano ritenuti colpevoli di “grassazione” e omicidio, ma anche a chi era stato accusato di stupro, circolazione di denaro falso, aderenza al brigantaggio, cospirazione, lesa maestà, atti vandalici e  ladrocinio. Mastro Titta operò nelle regioni perlopiù del centro Italia anche se gran parte della sua attività  si concentrò a Roma e in diverse città tra le quali per il numero di condanne eseguite vanno ricordate in particolare Viterbo, Frosinone, Velletri e Civitavecchia. Nell’antica città portuale le esecuzioni capitali fino agli inizi del XVII secolo erano effettuate nella piazza del Comune (ad eccezione della forca e del rogo) e solo successivamente nel piazzale della darsena. Tra il XVII e il XVIII secolo si cominciò ad utilizzare il carnefice di Roma che alloggiava in una modesta abitazione ( oggi nota come “la Casa del boia” e adibita a moderna pizzeria) sita fuori Porta Corneto, nella periferia della città, a dimostrazione che il carnefice per il ruolo che ricopriva non godeva certamente delle simpatie della gente comune. Il cerimoniale dell’esecuzione capitale iniziava con il boia che espletato tutte le formalità di rito alla presenza dell’Arciconfraternita del Gonfalone, prendeva in consegna il condannato dalle autorità di polizia nel salone del Palazzo Comunale e successivamente lo conduceva al patibolo con le mani e le braccia legate. La prima esecuzione di Mastro Titta a Civitavecchia avvenne il 23 settembre del 1805 con l’impiccagione del forzato Luigi Giovansanti, reo di aver ucciso un compagno di galera. A questa condanna seguì un lungo periodo di assenza in città del Bugatti che vi ritornò dopo ben 29 anni, il 18 giugno 1834, per decapitare tre galeotti e, successivamente, dal 1837 al 1841, per espletare altre otto esecuzioni capitali. Mastro Titta fu presente a Civitavecchia ancora tre volte dal 1855 al 1861 per giustiziare cinque persone e, al termine di una lunga ed “onorata” carriera, nel 1864, lasciò il posto al successore Vincenzo Balducci, che iniziò la sua breve attività proprio a Civitavecchia, il 20 maggio 1865, con l’esecuzione di un tale Saturnino Pescitelli. Questa fu l’ultima pena capitale eseguita a Civitavecchia e una delle ultime dello Stato Pontificio. 

Il brigante Gasparone –  Nato nel 1793 a Sonnino, un piccolo paese della Ciociaria, il giovane pastore Antonio Gasparoni, meglio noto come “Gasperone”, si diede al brigantaggio nel 1814 per sfuggire alle conseguenze dell’omicidio del fratello di una bella contadina di cui si era innamorato. Si trovò quindi a capo di una banda che agiva soprattutto nel Lazio meridionale effettuando sequestri di ricchi signori e uomini di Chiesa, ottenendo così ingenti guadagni in cambio della loro liberazione. Dopo oltre dieci anni scanditi da rapimenti, atti sanguinari e azioni rocambolesche, nel 1825 il “lupo di Sonnino” assieme ad altri compagni decise di arrendersi definitivamente alle forze dell’ordine e al vicario Pietro Pellegrini. Il 22 settembre di quello stesso anno i briganti vennero reclusi in un primo momento a Roma, a Castel Sant’Angelo e dopo qualche mese di detenzione, il 24 maggio del 1826, un primo gruppo di undici persone, tra cui lo stesso Gasperone, furono trasferite a Civitavecchia, nel carcere del Forte Michelangelo                
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