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Processo Vannini, Marina: "Quando ho visto quelle immagini non ce l'ho fatta e sono uscita"

Processo Vannini, Marina: "Quando ho visto quelle immagini non ce l'ho fatta e sono uscita"

Parla la mamma del ragazzo dopo la rinuncia a vedere il video dell’autopsia del figlio in aula: «Non potevo accettare l’idea di vederlo in quello stato. Voglio conservare il ricordo di lui sorridente e pieno di vita. Papà Valerio: «Ho provato la sensazione che Marco sia stato ucciso due volte». L’avvocato  Celestino Gnazi: «È un dato processuale accertato che Marco si poteva salvare con elevatissimo grado di probabilità»

di GIULIANA OLZAI

CERVETERI – «Mi sono sentita male, nel senso che quella parte del fascicolo non la conosco, non ci sono mai entrata, non ho letto mai niente, non ho visto mai foto e non voglio conoscerla. Mio figlio lo voglio ricordare come era. Con un bellissimo sorriso e la sua solarità che lo rendeva per me speciale. L’unica cosa che voglio per mio figlio è la giustizia. La merita per quello che ha subito. E’ già stato troppo per me vederlo in una bara a vent’anni. Per una mamma è una cosa contro natura. Di solito è il figlio che accompagna al cimitero il proprio genitore. La tragedia improvvisa e inspiegabile ha prodotto in me il rifiuto di ogni immagine che potesse alterarne il ricordo».
A parlare è Marina Conte, mamma di Marco Vannini quando spiega il fatto di essere uscita dall’aula nel corso dell’ultima udienza del processo nel momento in cui i periti si accingevano a documentare con le immagini l’autopsia del figlio.  «Sono andata in tribunale, perché l’ho promesso a mio figlio, però non volevo vedere quelle immagini perché non posso neanche pensare all’idea di vederlo in quello stato – dice Marina con voce rotta dalla commozione -. Marco era un ragazzo sano, pieno di vita ed a vederlo emanava salute. Nessun segnale mi aveva preparata all’eventualità di quanto gli è poi accaduto. E’ una cosa che mi fa star male solo a pensarci. Così appena fatto l’appello sono scappata via subito».  Anche la zia di Marco, Anna, che inizialmente era rimasta in aula, non ce l’ha fatta ed è uscita fuori.  Per quanto riguarda l’udienza di ieri dice Marina: «E’ stata un udienza importante e decisiva. Non poteva andare meglio. Penso che con la perizia dei consulenti del pm il processo è chiuso. E’ emerso chiaramente che Marco si poteva salvare. E’ stata determinante anche la stessa affermazione fatta dai periti della difesa quando in risposta ad una domanda specifica dell’avvocato Coppi pur minimizzando le probabilità». Marina poi parla di un’altra emozione che prova in negativo: «Mi indispettisce molto quando, anche se può considerarsi un luogo comune, viene usato per mio figlio l’appellativo ‘’il povero Marco’’ da parte dei difensori della famiglia Ciontoli. Capisco che è il loro lavoro difendere quelle persone ma proprio perché le rappresentano mi sembra un atto di pietà gratuita». Valerio, il papà di Marco, invece, non è uscito dall’aula quando si sono proiettate le immagini dell’autopsia e dice: «E’ stata molto dura, ma il fatto di aver assistito alla spiegazione meticolosa e puntuale di quanto è successo a Marco e aver finalmente stabilito che si sarebbe potuto salvare ha ripagato la drammaticità delle immagini che ho dovuto vedere. Scoprire che se avessero già dalla prima telefonata, avvertito i soccorritori che si trattava di una ferita da arma da fuoco, avrebbe cambiato il destino di Marco, ho provato la sensazione di come se lo avessero ucciso due volte, ed è stato per me devastante».  
«Abbiamo rinunciato alla testimonianza del nostro consulente il dottor Ulrico Piaggio – dichiara l’avvocato Celestino Gnazi, legale di mamma Marina – perché i consulenti del pm ci sono parsi particolarmente precisi e chiari e non c’era bisogno di aggiungere nulla. Ci saremmo semplicemente sovrapposti con un appesantimento inutile del processo che vogliamo vada avanti nel modo più rapido possibile. D’altra parte, ripeto, i consulenti del pm sono stati molto molto chiari e specifici nelle loro spiegazioni e molto netti nello loro conclusioni.  Direi che adesso è un dato processuale accertato che non con elevato, ma con elevatissimo grado di probabilità Marco poteva essere salvato». Rispetto a quanto dichiarato dai consulenti della difesa, l’avvocato Gnazi dice: «I consulenti della difesa hanno semplicemente espresso valutazioni parzialmente diverse. Debbo dire che non mi convincono per nulla, però d’altra parte sono stati costretti ad ammettere che c’era assolutamente la possibilità di salvarlo. E quindi anche sotto questo profilo mi sembra che non ci sia possibilità di interlocuzione. Che Marco si sarebbe potuto salvare è un dato acquisito al processo. Adesso i consulenti della difesa dicono che la probabilità era minore rispetto a quella sostenuta dai consulenti del pm, però la possibilità c’era e le condotte dei Ciontoli gliel’hanno negata. Gli è stata negata questa chance. Poi hanno cercato di spostare il discorso sulla inadeguatezza dei soccorsi medici al momento, cosa che non mi trova assolutamente d’accordo, perché nei limiti delle informazioni che gli imputati avevano dato e soprattutto hanno esposto si sono comportati nel migliore dei modi. Sono loro (i Ciontoli) che hanno impedito i soccorsi. E adesso il tentativo di addossare ad altri la responsabilità non mi sembra assolutamente credibile.Non si può sottilizzare su cosa avrebbe potuto fare il personale paramedico nonostante le informazioni assolutamente lacunose anzi fuorvianti che gli sono state date. Lì l’unica cosa da dire, certa è clamorosa era: attenzione lo abbiamo colpito con un colpo di pistola. Punto. Quella era l’informazione da dare. Il resto sono coloriture secondarie che esulano da quanto realmente avvenuto». 
Un punto importante è che i consulenti della difesa non hanno partecipato all’autopsia. E conclude l’avvocato Gnazi: «Non avendo partecipato all’autopsia hanno fatto delle considerazioni sulla base essenzialmente delle fotografie. E quindi la loro capacità di valutazione mi sembra grandemente destituita rispetto a quella che hanno avuto i consulenti del pubblico ministero che, invece, hanno partecipato ed effettuato l’autopsia».

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