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"Non ha senso parlare di trenta minuti"

"Non ha senso parlare di trenta minuti"

L’avvocato Celestino Gnazi, legale di mamma Marina, risponde ai difensori della famiglia Ciontoli. «Il tempo non è legato alle probabilità, ma alle possibilità di salvezza che non sono state concesse a Marco. Erano importanti i minuti affinchè il paziente arrivasse all’osservazione ospedaliera con parametri vitali efficienti, ma questa chance gli è stata negata»

di GIULIANA OLZAI

CERVETERI – Dopo le dichiarazioni degli avvocati Miroli e Messina, difensori della famiglia Ciontoli e Viola Giorgini, che hanno riportato quanto avevano riferito i loro consulenti in aula nel corso della settima udienza, interviene l’avvocato Celestino Gnazi, legale di Marina Conte, la mamma di Marco Vannini.

«Francamente non riesco neppure a capire – dice Gnazi – in cosa consista la precisazione degli avvocati Miroli e Messina tenuto conto che sono gli stessi colleghi della difesa a parlare di ‘‘sopravvivenza improbabile’’. Il fatto che gli illustri consulenti del pubblico ministero hanno agevolmente dimostrato che Marco si sarebbe certamente salvato ed avrebbe anche avuto una vita normale, una salvezza ‘‘improbabile’’ non significa ‘‘impossibile’’». L’avvocato Gnazi entra nel merito dell’affermazione che ‘‘Marco avrebbe potuto salvarsi solo se operato entro trenta minuti dallo sparo’’: «In udienza – dice Gnazi – nessuno si è spinto ad affermare una simile enormità, insostenibile sotto ogni profilo. Le convinzioni soggettive sono una cosa e io le rispetto tutte, anche quelle più anomale; altra cosa sono le pur opinabili evidenze scientifiche, cui c’è sempre un limite: e questo limite non è stato superato perché, ripeto, nessuno ha mai affermato una cosa del genere. Posso dire che i consulenti del pm hanno abbondantemente spiegato che Marco poteva essere operato entro tre quarti d’ora, ma che se anche ciò fosse avvenuto entro un’ora e mezzo o due ore o persino di più, la prognosi favorevole sarebbe rimasta sostanzialmente intatta. Ma la famiglia Ciontoli non ha consentito neppure questo. I consulenti della difesa, in pratica, si limitano a essere meno ottimisti sulla prognosi, ma non escludono la possibilità di salvare Marco. Tutto qui, non mi sembra che si possa dire altro di rilevante».

«Dei trenta minuti se ne parla in un elaborato dei consulenti della difesa depositato in udienza preliminare. Avevo approfondito i testi citati ed era agevole osservare che quella mezz’ora era il risultato insostenibile di una media simile a quella di Trilussa. Si parlava di mezz’ora, in ogni caso, solo per sostenere che le probabilità di sopravvivenza sarebbero state minori, ma non escluse. In sostanza, si parlava del nulla ed infatti, in udienza, l’argomento non è stato neppure affrontato. I consulenti della difesa ritengono che le ferite subite da Marco a seguito del colpo siano più gravi di quelle evidenziate dai consulenti del pubblico ministero. E affermano questo in base alle foto e non sulla base di una osservazione diretta, perché non hanno partecipato all’autopsia. Ed è anche questo particolare, diciamo non secondario, che rende inattaccabili, a mio avviso, le conclusioni e descrizioni dei consulenti del pm. Le tempistiche per raggiungere una struttura ospedaliera sono oggettive e gli stessi consulenti del pm hanno parlato di mezz’ora o tre quarti d’ora. Ma solo in teoria. Parliamoci chiaro, è un calcolo che possiamo fare tutti, con la comune esperienza di una persona normale: se a ciascuno di noi fosse capitata una cosa del genere, il ragazzo ferito sarebbe stato trasportato all’Aurelia Hospital o al Gemelli con una macchina privata in un quarto d’ora. Ripeto: un quarto d’ora. Non lo so perché si parli di un’ora e mezza come tempo minimo, non riesco a capirlo. Sarebbe stato un tempo necessario soltanto se i soccorritori si fossero fermati a cena durante il tragitto. Tuttavia, ripeto che se gli imputati avessero consentito il soccorso anche in un’ora e mezzo, Marco sarebbe stato salvato agevolmente».

«Naturalmente – conclude Gnazi – erano importanti anche i minuti, nel senso che nella misura in cui più rapido sarebbe stato il soccorso, più agevoli sarebbero state le cure. Ma, per assurdo, come hanno spiegato i consulenti del pm anche a mia specifica domanda, la cosa più importante era non il tempo ma l’arrivo del paziente all’osservazione ospedaliera con i parametri vitali efficienti e cioè, sostanzialmente, prima dell’arresto cardiaco, che, voglio ricordarlo, è avvenuto dopo oltre tre ore dal ferimento. Ora, se consente, a questo punto, una osservazione, vorrei farla io: ma di cosa stiamo parlando?». 

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