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Storie di draghi nella valle del Mignone

La prima di due puntate dedicate a leggende e ritrovamenti nel comprensorio di Civitavecchia. Resti fossili di grandi animali lungo le sponde del fiume

La prima di due puntate dedicate a leggende e ritrovamenti nel comprensorio di Civitavecchia. Resti fossili di grandi animali lungo le sponde del fiume

di CARLO CANNA

CIVITAVECCHIA – Un’antica leggenda narra di un drago che terrorizzava le campagne attorno a Centumcellae (l’odierna Civitavecchia) facendo strage di uomini e animali fino a quando non intervenne il Beato Sensio che con un atto prodigioso prelevò il mostro dalla caverna dove dimorava e lo uccise gettandolo nel fiume Mignone. 
Sappiamo che nella tradizione occidentale cristiana il drago ha rappresentato a lungo l’incarnazione del male e, in questo racconto, nato probabilmente attorno al IX secolo, la leggendaria creatura può essere identificata nella minaccia islamica rappresentata dai Saraceni che nell’813 invasero Centumcellae costringendo gli abitanti a rifugiarsi su un’altura tra il Mignone e il suo affluente Melledra, dove sarebbe stata fondata la città altomedievale di Leopoli-Cencelle. 
Anche il paesaggio può aver giocato il suo ruolo nella costruzione di questa leggenda: dalla caverna del mostro identificata in una tomba etrusca, nei pressi di Blera, nota localmente come la “Grotta del Drago”, al binomio drago-fiume, che possiamo ricondurre alla scoperta di resti fossili lungo le sponde del Mignone. 
Si trattava di ossa inusuali per forma e dimensioni che all’epoca si prestavano facilmente ad essere identificate con quelle di una creatura mostruosa e gli esempi, in tal senso, sono innumerevoli: dalla statua di un drago a Klagenfurt, in Austria, modellata nel 1590 prendendo come modello di riferimento il cranio di un rinoceronte lanoso, alle numerose “ossa di drago” (riconducibili non unicamente ai resti di specie estinte) custodite per secoli all’interno dei luoghi di culto europei come vere e proprie “reliquie” (vedi, tra le diverse testimonianze italiane, la costola di un mammut lunga circa 1,80 metri esposta nella chiesa di S. Maria, a Sombreno di Paladina, nel bergamasco, o le zanne di elefante custodite come “corna” di drago nel Convento Santa Maria di Orsoleo, nei pressi di Sant’Arcangelo, in provincia di Potenza). 
I ritrovamenti dei resti fossili di grandi animali nella valle del Mignone sono tutt’altro che infrequenti come dimostrano i giacimenti pleistocenici di Monte Riccio e Ficoncella che hanno restituito un’abbondante megafauna formata da elefanti, mammut, rinoceronti ed altri mammiferi di grandi dimensioni. 
In particolare, nel sito di Ficoncella, è stato rinvenuto lo scheletro di un elefante antico, un vero gigante della preistoria che poteva superare i quattro metri di altezza alla spalla, in associazione a resti faunistici di altre specie e manufatti litici fabbricati dall’uomo mezzo milione di anni fa. Possiamo quindi ipotizzare come la scoperta di questi fossili lungo le sponde del fiume, magari a seguito di una piena, potesse essere facilmente associabile ai resti del leggendario drago ucciso e gettato nel fiume Mignone. 
Un’ultima curiosità su questa leggenda: tra le raffigurazioni di animali presenti sul corpus ceramico di Cencelle tra XIII e XIV secolo, vi è quella dipinta su un boccale in maiolica arcaica di una creatura fantastica fornita di denti aguzzi, scaglie e una vistosa cresta dorsale identificata come un drago e ci piace pensare che all’epoca una simile raffigurazione possa aver riportato alla mente proprio quel vecchio racconto locale di uno spaventoso drago che seminava terrore nella valle fino a quando non venne ucciso dal Beato Sensio. 
(1.Continua)

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