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Global warming: coste a rischio

Global warming: coste a rischio

Il mare sale e avanza, rappresentando una minaccia per strutture e attività umane

Il mare si alza e avanza, inondando le piane costiere dove l’uomo ha costruito e continua a vivere, edificare, coltivare. L’allarme non risparmia l’Italia e arriva dagli scienziati che analizzano il fenomeno collegato al riscaldamento globale. «Dalla fine del 19° secolo su scala globale e anche nel Mediterraneo si è osservato un aumento del livello medio marino di 15-20 cm”, spiega Fabio Raicich dell’Istituto di Scienze Marine del Cnr. Tra i fattori che contribuiscono alla variazione del livello medio, legati al riscaldamento atmosferico globale, l’aumento di volume dell’oceano per dilatazione dell’acqua provocata dal suo riscaldamento e l’aumento di massa dovuto alla fusione dei ghiacci continentali. E le stime per un prossimo futuro non sono affatto confortanti. «Il quinto rapporto dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change, ndr), pubblicato nel 2013, fornisce proiezioni sull’andamento del livello medio marino fino alla fine del 21° secolo – spiega Raicich – Tra i vari scenari si possono individuare uno più ottimistico, in cui l’emissione è in diminuzione rispetto al presente, e uno più pessimistico, in cui è in aumento. Nel primo scenario l’aumento del livello medio marino è stimato tra 26 e 55 cm, rispetto alla fine del 20° secolo, nel secondo tra 45 e 82 cm». 
Il mare sale, dunque, e il suolo si abbassa per il fenomeno della subsidenza: il risultato è quell’innalzamento del livello marino relativo che porta all’avanzamento dell’acqua con rischio per quelle infrastrutture e attività umane che in prossimità della costa si sono sviluppate. La minaccia è reale e non risparmia l’Italia. «Più di un terzo delle coste italiane è caratterizzata da una vulnerabilità medio-alta”, dice Luigi Tosi dell’Istituto di Scienze Marine (Ismar) del Cnr che rileva “una situazione critica in gran parte della costa emiliana-romagnola, veneta e friulana, con il delta del Po e laguna di Venezia tra i settori più vulnerabili al ‘relative sea level rise’. Subsidenza elevata è stata riscontrata anche nella pianura di Manfredonia (Foggia), nella piana di Sibari, a Crotone». 
«Per quanto riguarda l’Italia ci sono 33 aree a rischio – spiega Fabrizio Antonioli, ricercatore Enea-Dipartimento Sostenibilità dei sistemi produttivi e territoriali – In particolare nelle zone più a rischio, che sono quelle del Nord Adriatico, quindi un’area che va da Mestre a Venezia abbiamo previsioni diverse al 2100 che vanno da un minimo di 60 cm a un massimo di 1,4 metri a seconda del modello previsionale che usiamo e di quanta anidride carbonica in meno riusciremo ad emettere al 2100». Il risultato? Si sposta la linea della riva, allagando tratti di costa. Da qui l’allarme. «Nel Mediterraneo tutto è stato costruito a un metro dal mare. Questo è il problema. Abbiamo infrastrutture e ferrovie vicinissime al mare. Fiumicino, ad esempio, è costruita in un’area che sta a meno uno: l’aeroporto è costruito in un area depressa dove oggi l’altimetro segna meno uno e quindi ci sono opere, dighe e idrovore che in futuro andranno potenziate per mantenere l’aeroporto fuori dall’allagamento», avverte il ricercatore.

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