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Quando si torturavano le anatre a Civitavecchia

di CARLO CANNA

CIVITAVECCHIA – Questo fine settimana, a Civitavecchia, si concluderanno i festeggiamenti in onore di Santa Fermina – patrona della città portuale e di Amelia – che ultimamente hanno visto sempre più associare antiche tradizioni con nuovi eventi legati alle esigenze della modernità. 
Il momento più rappresentativo della festa dedicata alla santa, è da sempre la solenne processione del 28 aprile a cui in passato facevano da contorno non solo musiche, giochi a mare ed eventi sportivi, ma anche iniziative strettamente folcloristiche che da tempo sono state rimandate al 15 agosto, data in cui si celebra tradizionalmente il Natale della città. Ma nelle vecchie feste di Santa Fermina, lo spettacolo più popolare tra i civitavecchiesi era il cosiddetto “gettito delle anatre”, di cui abbiamo un’accurata descrizione da parte del frate domenicano Jean Baptiste Labat che così scriveva nel 1731: “Il suono dei tamburi avvertì che stavano per cominciare. All’inizio si gettarono in mare da sopra la terrazza del Palazzo Apostolico, chiamato la Rocca, numerose oche e anatre. Benchè fossero assolutamente domestiche, apparvero sulla scena sotto il nome di anatre e oche selvatiche; in qualche modo lo divennero dopo che videro un gruppo di Bonavoglia, di Marinai e di canaglie gettarsi a nuoto per afferrarle. I pennuti si immergevano e rendevano inutili gli sforzi di quelli che li inseguivano. Il cattivo umore di chi mancava il colpo produsse scazzottate, ci furono nasi rotti e occhi pesti, alla fine tutte le anatre furono prese e i cacciatori felici le portarono in trionfo alla bettola per mangiarsele”. 
Possiamo facilmente immaginare quale tipo di tortura rappresentasse questo “gioco” per i poveri pennuti strattonati da una parte all’altra e, non è un caso, se tale deprecabile manifestazione venne abolita sul finire degli anni Venti del Novecento grazie all’intervento della “Società Protettrice degli Animali”, la più antica associazione zoofila italiana (diventata successivamente l’Ente Nazionale Protezione Animali), fondata a Torino nell’aprile del 1871 da Giuseppe Garibaldi, Anna Winter e Timoteo Riboli. Tuttavia, sappiamo che il consenso per questa giusta decisione non fu certamente unanime stando a quanto riportato nel volume “Civitavecchia. Vedetta imperiale sul mare latino” negli anni del ventennio fascista: “mentre si ripristinano in ogni borgata d’Italia le feste di carattere folcloristico, qui nella nostra città è stato proibito il magnifico ed attraente spettacolo del gettito delle anatre dalla Società Protettrice degli Animali! Questo pubblico festeggiamento richiamava una stragrande folla di spettatori che invadevano tutte le banchine e tutte le finestre dei fabbricati sovrastanti la Calata Tommaso di Savoia, per assistere a questo comico “gettito delle anatre” che dava luogo a scene esilaranti, a fasi di caccia ove trionfavano l’audacia individuale, la vigorosità e la destrezza del nuotatore…”. 
Nel secondo dopoguerra si è tentato invano di ripristinare il “gettito delle anatre” sostituendo i volatili con dei cocomeri e dei palloncini, ma l’antica tradizione, anche sotto queste nuove forme, cadde completamente in disuso. Non è stato così invece nella vicina Spagna, dove fino a qualche anno fa era ancora possibile rivivere un evento molto simile, nella stagione estiva, in diversi comuni della Catalogna, nel giorno del Santo Patrono o della Vergine, su autorizzazione delle locali “Comisiones de Fiestas”. Un dettaglio curioso e molto indicativo sull’indole dei partecipanti a questo tipo di manifestazione ci viene restituito da un filmato visibile sul web che risale all’estate di due anni fa. Mentre un’attivista animalista stava filmando l’annuale “empaitada d’ànecs” nel piccolo comune catalano di Roses, una bagnante ha infatti pensato bene di colpire in testa l’operatore con il povero pennuto che reggeva per le zampe! E’ stato anche grazie a questo filmato se la tradizionale “tortura delle anatre”, vigente a Roses da circa un secolo, è stata finalmente abolita nella “città delle rose” e non solo.
Lo scrivente tiene a precisare che non è a conoscenza dello stato attuale relativo la tradizione della “empaitada d’ànecs” nei comuni spagnoli di Cadaques e Portbou 
Riferimenti bibliografici: AA.VV. 1932; Carlo De Paolis 1980; Giovanni Insolera 1993

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