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Santa Messa per Marco Vannini

Santa Messa per Marco Vannini

di GIULIANA OLZAI

CERVETERI –  «Da stamattina (ndr ieri) che sto a piangere. E’ una brutta giornata perché è vero che mio figlio è morto il 18 ma tutto è iniziato nella serata del 17 maggio. Sto vivendo attimo per attimo la giornata di due anni fa. Mi manca tutto di mio figlio: il suo sorriso, le sue parole affettuose,  il suo ‘’buongiorno ma’’ e il suo profumo. Vado avanti. Quando stamattina mi sono affacciata alla finestra, ho visto che tutti i vicini hanno messo un cero sul balcone per ricordare Marco. La gente mi è tanto vicina. Ancora a distanza di due anni le persone non si dimenticano di Marco e mi arrivano anche tante lettere, ma al di là di tutte le manifestazioni di affetto, di solidarietà e vicinanza, Marco non c’è più». Parla Marina Conte, mamma di Marco Vannini, il giovane cerveterano ucciso a Ladispoli, da un colpo di arma da fuoco partito dalla pistola del padre della sua fidanzata. Oggi è la giornata del ricordo. La famiglia, gli amici e i conoscenti lo ricordano con una messa, che si terrà alle 18 nella chiesa Santissima Trinità, celebrata da Padre Lorenzo. La novità di quest’anno è che nel corso della funzione  verrà letta la lettera di Papa Francesco, ricevuta in risposta a quella inviata dai genitori di Marco. «Stamattina (ndr ieri) – continua mamma Marina invasa da struggenti ricordi –  sono entrata nella sua camera, la guardavo ed era vuota. Quando Marco era vivo sentivi la sua presenza in casa, tant’è che quando andava fuori o mancava qualche giorno io e mio marito dicevamo: ‘‘Madonna mia quanto si sente che Marco non c’è’’! Lui era un giocherellone, scherzava e ti faceva i dispetti. Riempiva di vita la casa. Purtroppo nulla potrà cambiare e non  vedrò mai più mio figlio». A Marina, nel manifestare tutto il suo dolore ritorna vivo il ricordo delle parole scritte da Viola Giorgini in una lettera inviata alla stampa dove diceva che il suo ragazzo (Federico Ciontoli, imputato per omicidio insieme agli altri familiari) non riusciva più vivere una vita regolare per effetto della pressione mediatica sul caso. «E noi allora? – si chiede Marina – Cosa dovremmo dire, visto che oltre alla pressione mediatica, giorno per giorno viviamo il dolore di un figlio che non c’è più? E sono passati già due anni». «Pensare poi – continua Marina – che è stato amato da tanti che neanche lo conoscevano, e che manifestano il dolore che stiamo vivendo noi, mi dà la forza per andare avanti. Pensare invece che loro ( i Ciontoli) erano la sua seconda famiglia, e l’hanno lasciato morire, è ancora la cosa che mi fa più male. Mio figlio era un ragazzo amato da tutti. Anche persone che non lo hanno conosciuto lo amano. Questo è una rabbia che ho dentro e non riesco a superare. Bastava una telefonata per salvare mio figlio. Questo, insieme alle telefonate al 118 mi logora continuamente la mente». 

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