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Tumori, una donna su tre a rischio

Tumori, una donna su tre a rischio

Un’adeguata prevenzione oggi salva la vita a molte persone

In Italia l’incidenza dei tumori femminili è in aumento. Le patologie oncologiche interessano una donna su 3 e la neoplasia più comune è il cancro al seno, che solo nel 2016 ha fatto registrare nel nostro Paese 50 mila nuovi casi. I programmi di prevenzione contribuiscono a ridurre significativamente la mortalità, e proprio sulla condizione della prevenzione e della ricerca sui tumori femminili si è parlato oggi a Roma, in occasione della tavola rotonda ‘Futuro in Rosa’ che si è tenuta in Senato. L’incontro è stato promosso con il sostegno non condizionato di Daiichi Sankyo. «Negli ultimi anni, rispetto ai tumori femminili, si sono registrati maggiore sopravvivenza, più agevole accesso alle cure e migliore qualità della vita delle pazienti. Ma la ricerca sta aprendo ulteriori prospettive, sia nella prevenzione sia nella cura: i tumori femminili saranno sempre più curabili. Bisogna mettere le strutture sanitarie in grado di recepire e attuare i grandi progressi fatti dalla ricerca», ha dichiarato il senatore Lucio Malan, che ha promosso e aperto la discussione tra i partecipanti. Negli ultimi 10 anni i casi di tumore nel mondo sono aumentati del 33%, un trend in continua crescita. «La situazione della lotta ai tumori in Italia ha fatto passi da gigante ultimamente, un po’ perché sono arrivate nuove cure, ma sopratutto perché si fa prevenzione – ha osservato Stefano Vella, direttore del centro per la salute globale dell’Iss – Sui tumori femminili ormai c’è la coscienza collettiva che la prevenzione salva la vita delle persone. Tuttavia, i tumori sono patologie in cui permangono intollerabili disuguaglianze in termini di accesso alla salute e ai servizi sanitari, aspettativa di vita e mortalità. Per affrontare questi problemi è cresciuto il concetto di ‘Salute globale’, un’area emergente e intersettoriale di studio, ricerca, azione, orientata al miglioramento della salute di tutta l’umanità. Nei Paesi meno sviluppati, l’accesso alla prevenzione e alle cure non c’è». Tantomeno ai percorsi mirati e multispecialistici garantiti per esempio dalle Brest Unit, dove secondo alcuni scientifici la sopravvivenza aumenta del 18%.

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