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Neonata morta all'ospedale di Tarquinia: disposta una perizia super partes

Si allungano i tempi per i genitori di Viola in attesa di sapere la verità sulla morte della bambina deceduta sette ore dopo il parto. Il processo è a carico di due medici e due ostetriche: si tratta di capire se la piccola poteva essere salvata

Si allungano i tempi per i genitori di Viola in attesa di sapere la verità sulla morte della bambina deceduta sette ore dopo il parto. Il processo è a carico di due medici e due ostetriche: si tratta di capire se la piccola poteva essere salvata

TARQUINIA – Una perizia super partes per fare luce sulla morte della bimba neonata deceduta sette ore dopo il parto. Una vicenda che risale alla notte tra il 29 e il 30 giugno 2012 e che vede a processo due ostetriche e due ginecologi che quel giorno presero parte al parto avvenuto presso l’ospedale di Tarquinia. Ieri si sarebbe dovuta svolgere la discussione in aula, ma il giudice ha disposto la perizia al fine di accertare se la morte della piccola Viola poteva essere veramente evitata.

I genitori della bambina, una coppia residente a Vetralla, all’epoca dei fatti di 34 anni la mamma e di 41 anni il papà, noto artigiano della città, diedero mandato a due avvocati, Claudia Polacchi e Paolo Delle Monache, di presentare una denuncia alla Procura di Civitavecchia per fare chiarezza sulla tragica vicenda.

La storia è ormai tristemente nota: la mamma venne portata in sala parto intorno alle 22,30 del venerdì, accompagnata dalla suocera, quando aveva regolari doglie. Durante il parto sarebbero però insorte delle complicazioni che avrebbero reso necessario da parte dei medici praticare un’incisione e ricorrere all’uso della ventosa per estrarre la bambina. Poco dopo la piccola avrebbe dato segni di difficoltà respiratorie, con i parametri vitali al di sotto della norma. I medici quindi le somministrarono dell’ossigeno e le praticarono iniezioni di adrenalina, ma ogni tentativo fu inutile. Alle 5,30 del sabato mattina la piccola Viola venne dichiarata morta. Dopo quattro giorni, all’autorità giudiziaria non era ancora arrivata alcuna comunicazione dall’ospedale di Tarquinia di quanto accaduto, tanto che i genitori della piccola decisero di presentare la denuncia-querela.

Sul corpo della neonata venne anche disposta l’autopsia, come richiesto dai legali della coppia di Vetralla.

La Procura di Civitavecchia aprì un’inchiesta per stabilire non solo le cause della morte della neonata, ma anche eventuali errori da parte del personale che assistette la donna. Con il rinvio a giudizio dei quattro sanitari si aprì il processo per omicidio colposo, con i legali delle ostetriche che rimandarono ogni responsabilità alle decisioni dei medici.

In sostanza, doveva essere un parto naturale, come tanti, ma così non fu. Quella notte, alcune complicanze cambiarono il corso della storia. La mamma, subito dopo il parto, chiese più volte ai medici perché non sentiva la bambina piangere e le venne risposto che la piccola aveva ingerito del liquido amniotico, ma che il problema sarebbe stato risolto. La donna raccontò anche di aver sentito una telefonata presso La Cicogna del Bambin Gesù, per delle delucidazioni sullo stato di salute della piccola e sull’ipotesi di un eventuale trasferimento, poi però la neo mamma venne sottoposta ad operazione per dei punti di sutura e non ebbe più notizie della figlia, fino alla comunicazione del decesso.

Secondo l’accusa i quattro sanitari avrebbero potuto salvare la piccola se avessero diagnosticato un’anomalia del cordone ombelicale che avrebbe avuto conseguenze letali per la bimba, morta per via di un’emorragia polmonare dovuta all’asfissia. Tesi sostenuta anche dai legali di parte civile.

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