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Darsena traghetti, niente processo: tutti prosciolti

Darsena traghetti, niente processo: tutti prosciolti

Il gup Marasca non ha accolto alcuna richiesta del pm Migliorini: non luogo a procedere per i 16 indagati perché il fatto non sussiste. Non commisero alcun reato né l'allora presidente dell'Authority Pasqualino Monti, né l'ex segretario generale Maurizio Ievolella, i dirigenti e in funzionari dell'ente, ma neppure gli imprenditori Lo Monaco e De Amicis o la Rogedil dei fratelli Azzopardi, che operò correttamente nella direzione dei lavori. Finisce in una bolla di sapone una indagine costata 6 milioni di euro e che ha cambiato i destini del porto e delle persone coinvolte

CIVITAVECCHIA – Non luogo a procedere perché il fatto non sussiste, per nessuno dei 16 indagati. Resterà nella storia della cronaca giudiziaria locale la decisione del Gup Massimo Marasca, presa ieri dopo una camera di consiglio relativamente breve, sull’inchiesta relativa alla darsena traghetti. Un caso che rimarrà altrettanto impresso nella memoria e nelle cronache, per quello che ha significato, per come è nato, si è sviluppato, con risvolti importanti nella vita politica e non solo di Civitavecchia e, da ultimo, per l’esito che nessuno si aspettava e che nemmeno gli indagati, in cuor loro, forse osavano sperare, dopo le richieste del pm Allegra Migliorini, che ha preso il posto del sostituto procuratore della Repubblica Lorenzo Del Giudice, che aveva condotto tutta l’inchiesta. Che il 3 giugno del 2014 culminò nel blitz :dei carabinieri del Noe, che su mandato del pm sequestrarono l’area del cantiere delle opere strategiche del porto di Civitavecchia, aggiudicate a seguito di gara d’appalto all’Associazione temporanea d’imprese composta da Itinera spa, Impresa Pietro Cidonio, Grandi lavori Fincosit e Coopsette Società cooperativa per l’importo di oltre 130 milioni di euro. Nel mirino della Procura di Civitavecchia finirono prima 9 persone, con l’accusa di frode nelle pubbliche forniture realizzata in concorso tra loro e con altri in corso d’identificazione, ai danni della stazione appaltante, cioè l’Autorità portuale di Civitavecchia, Fiumicino e Gaeta che, nel frattempo si costituì parte civile. Successivamente furono iscritti sul registro degli indagati anche i vertici di Molo Vespucci oltre a società di subappalto per l’ampliamento del primo lotto per il prolungamento antemurale Cristoforo Colombo, la Darsena servizi e quella Traghetti.Un elemento che destò da subito stupore fu l’esclusione, fin dall’inizio, delle imprese appaltatrici da ogni ipotesi di reato.

Non ci sarà alcun processo, perché semplicemente secondo il giudice non è stato commesso alcun reato. Da nessuna delle persone coinvolte: non dagli operai e dagli imprenditori Pietro Lo Monaco, Simone e Andrea De Amicis (e da Francesco Grassi, Silvano Giannoni e Mauro Bellucci) che dunque – come avevano sempre sostenuto – avevano fornito regolarmente la pietra per la darsena e non “monnezza” come ingenuamente e semplicemente diceva in una telefonata intercettata un autista a proposito di un po’ di pietrisco mischiato alla roccia più grande e che secondo l’accusa avrebbe invece fatto riferimento a veri e propri rifiuti o a materiale non conforme al capitolato. Tutte supposizioni, partite da due esposti che diedero vita ad oltre 3 anni di veleni e indagini, che nei fatti e nelle perizie non hanno trovato alcun riscontro. Corretto è stato riconosciuto quindi il comportamento della direzione lavori, come nella sua deposizione fiume ha spiegato, smontando punto per punto le migliaia di pagine di relazioni e intercettazioni, l’ingegner Alessandro Guerra della Rogedil, prosciolto insieme a Franco Portoghesi e ai rappresentanti della società, Edgardo e Guido Azzopardi.

Nessun reato neppure da parte dei vertici, dei dirigenti e dei funzionari dell’Autorità Portuale: dall’allora presidente Pasqualino Monti, al quale era comunque contestato solo un presunto falso ideologico, all’ex segretario generale Maurizio Ievolella, che all’ente, in relazione ai dragaggi necessari all’opera, ha fatto risparmiare diversi milioni di euro assumendosi la responsabilità di alcuni atti facenti parte del complesso procedimento amministrativo connesso all’appalto da oltre 130 milioni di euro.

Regolari anche le procedure di gara e le condotte tenute dai dirigenti Massimo Soriani e Giuseppe Solinas, dal funzionario Ferruccio Bonaccioli e dalla consulente Maria Letizia Nisita.

Insomma, la maxi inchiesta sul porto, dopo quasi 4 anni di indagini, 6 milioni di euro spesi tra perizie, carotaggi e intercettazioni telefoniche e ambientali, si è rivelata una gigantesca bolla di sapone: non solo non ci sarà nessun colpevole a cui addebitare i ritardi dell’opera, le penali (l’impresa ha chiesto oltre 200 milioni), i costi di giustizia, ma non ci sarà proprio alcun processo. Senza contare che nessuno risarcirà i danni subiti da chi si è trovato al centro di un caso così eclatante senza colpa e da chi, principalmente per questa indagine, è stato di fatto destituito dal proprio incarico, come il presidente dell’Authority Pasqualino Monti, che all’epoca era in piena corsa per la propria riconferma a Molo Vespucci. Prima i veleni politici di una parte del Pd, con Pietro e Marietta Tidei in testa, poi lo scontro violentissimo con Gianni Moscherini, da cui è nata anche un’altra inchiesta, che invece culminerà in un processo (per quanto a sua volta già molto ridimensionato nella gravità dei fatti, rispetto alle premesse iniziali), fino al clamore giudiziario di quest’ultima vicenda, hanno fatto sì che Monti dovesse lasciare la guida del porto di Civitavecchia, per essere successivamente nominato presidente a Palermo, cambiando la storia e le prospettive future del porto di Roma, dove poi è stato nominato Francesco Maria di Majo.

Una storia che non potrà essere riscritta neppure da questa coraggiosa sentenza del giudice Marasca e sui cui retroscena ora sarà necessario fare la dovuta chiarezza.

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