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«Espressioni irridenti e offensive»

«Espressioni irridenti e offensive»

CASO VANNINI. L’ex generale Luciano Garofano e l’avvocato Celestino Gnazi replicano ai difensori della famiglia Ciontoli. «Esula dai canoni di civile e consentito contraddittorio per sconfinare nel campo della gratuita denigrazione che non potrà non costringere un esimio professionista a valutare se chiedere conto, in ogni sede, della liceità di simili parole e chiedere il risarcimento, salvo scuse immediate ed inequivocabili» 

CERVETERI – L’ex generale Luciano Garofano e l’avvocato Celestino Gnazi, il primo consulente della famiglia Vannini e il secondo legale di Marina Conte, mamma di Marco, replicano con una comunicato congiunto ai difensori dei Ciontoli, avvocato Messina e Miroli per la nota che hanno pubblicato il 16 gennaio nella quale «dichiarano di voler “smentire” una “tesi che con ostinata pervicacia il consulente di parte (ma di quale “parte”, la parte civile o la parte “mediatica”, cioè “Quarto Grado”?) ha ritenuto di ammannire ai lettori». 
«Si deve, in primo luogo, osservare che le espressioni – scrivono il generale Garofano e l’avvocato Gnazi –  usate dai citati legali in modo veemente ed imprudente, appaiono irridenti ed offensive nei confronti di un professionista di chiara fama anche a livello internazionale, le cui doti di serietà e di competenza sono ben note ed acclarate. Spingersi ad affermare, tra l’altro, che il “Generale Garofano, evidentemente ad uso e consumo dei giornalisti di “Quarto Grado” – vedi trasmissione dell’8 dicembre 2017 – continua ad alimentare le inconsulte reazioni di un pubblico male informato e condizionato dalle violente “requisitorie” che vengono recitate dai novelli savonarola televisivi, ben consapevoli degli effetti che la spettacolarizzazione mediatica di ogni processo può provocare: tutto per qualche punto di share televisivo in più…..puro cannibalismo!”, esula dai dai canoni di civile e consentito contraddittorio (sia pure, come è talora inevitabile, in termini estremamente polemici) per sconfinare nel campo della gratuita denigrazione che non potrà non costringere un esimio professionista a valutare se chiedere conto, in ogni sede, della liceità di simili espressioni e chiedere il risarcimento, salvo scuse immediate ed inequivocabili. In disparte il tono inaccettabile (probabile conseguenza, deve ritenersi, di un comprensibile nervosismo), occorre dire che, nel merito, la cosiddetta “smentita” è del tutto incomprensibile. Ed infatti, per quanto riguarda l’oggetto della “smentita”, le dichiarazioni del Consulente della famiglia Vannini erano state le seguenti: “Antonio Ciontoli ha premuto il grilletto volontariamente. L’arma presentava un difetto e per esplodere la cartuccia era necessario che il cane di quella beretta fosse armato manualmente”. Ebbene, cosa vi era da smentire? Gli avvocati Messina e Miroli sanno o dovrebbero comunque sapere: che è stato scientificamente accertato che l’arma presentava un difetto tale che il colpo non poteva non essere esploso volontariamente; che tale circostanza è stata ammessa dallo stesso Ciontoli; che lo stesso Ciontoli ha dovuto ammettere di aver detto il falso quando parlava di un colpo accidentale in quanto l’arma gli sarebbe sfuggita di mano; che lo stesso Ciontoli ha ammesso di aver “scarrellato” e cioè di aver compiuto quella tipica azione a mezzo della quale si inserisce il colpo in canna. Ed allora, dov’è la “evidenza di un tragico errore” (come sostengono gli avvocati dei Ciontoli), considerato oltretutto che l’arma era maneggiata da un militare?
In queste condizioni di fatto, anche all’avvocato Celestino Gnazi, come al Generale Garofano, appare evidente, al contrario, che non si sia trattato di un incidente. La involontarietà deriverebbe dalla convinzione che l’arma fosse scarica. Questa convinzione, purtroppo non può desumersi da evidenze scientifiche (che, quando è stato possibile effettuare accertamenti scientifici, hanno sempre smentito le tesi degli imputati) ma da valutazioni desumibili dalle dichiarazioni e comportamenti di soggetti coerenti e credibili. Ma sostenere che Antonio Ciontoli si sia dimostrato, in questo processo, un soggetto coerente e credibile, sembra quantomeno azzardato».

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