Pubblicato il

Inchiesta Costa, sequestrati quattro appartamenti

Inchiesta Costa, sequestrati quattro appartamenti

Verso la conclusione le indagini della Procura sul caso di sfruttamento dei lavoratori da parte dell’azienda metalmeccanica Provvedimento ‘’per equivalente’’ per un importo di oltre 500mila euro

TARQUINIA – Si avvia alla conclusione l’indagine che vede coinvolto l’imprenditore Antonino Costa 63 anni, il figlio Pietro Emanuele di 32 anni, Paola Piselli, 54 anni e Talita Volpini, di 34 anni, arrestati il 27 settembre scorso con l’accusa, a vario titolo, di estorsione, sequestro di persona, sfruttamento, truffa aggravata ai danni dell’Inps e minacce ai lavoratori operanti all’interno dell’azienda metalmeccanica situata presso la zona artigianale di Tarquinia. È attesa a giorni la conclusione delle indagini portate avanti dalla Procura di Civitavecchia, pm Alessandra D’Amore. Nelle scorse settimane i finanzieri del comandante Antonio Petti hanno proceduto al sequestro ‘‘per equivalente’’ di quattro appartamenti situati a Tarquinia e riconducibili agli arrestati nell’ambito dell’inchiesta che avrebbe portato alla luce «un sistema perverso e spregiudicato di sfruttamento di operai». Un sequestro, quest’ultimo, del valore di oltre 500mila euro. Nel vortice della maxi inchiesta che coinvolgerebbe una settantina di lavoratori, come si ricorderà, finì anche Adriano Massella, tarquiniese di 39 anni, consulente del lavoro ritenuto il ‘‘suggeritore delle manovre fraudolente’’. Il ragioniere venne interdetto dall’esercizio dell’attività professionale e raggiunto dal provvedimento dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. (agg. 31/01 ore 6.11) Segue

L’INDAGINE. Era l’alba del 27 settembre 2017 quando oltre 40 finanzieri del Comando provinciale di Viterbo eseguirono i quattro arresti (due in carcere e due ai domiciliari) e sequestri preventivi dei conti correnti oltre che 15 perquisizioni presso i domicili degli indagati e delle aziende ad essi riconducibili. Le indagini, dirette dal procuratore Andrea Vardaro e dal sostituto procuratore dottoressa Alessandra D’Amore, presero il via ad agosto 2016 a seguito della segnalazione di alcuni lavoratori presso la Compagnia di Tarquinia. Attraverso l’esecuzione di servizi di osservazione ed audizione di numerosi operai, l’esame di numerosissimi documenti contabili ed extracontabili, i finanzieri del comandante Antonio Petti accertarono che «oltre una settantina di lavoratori erano stati costretti a svolgere attività lavorativa non prevista dal contratto di lavoro sottoscritto, percependo una misera retribuzione e subendo la lesione di diritti primari, quali il diritto alle ferie e alla malattia retribuita, al trattamento di fine rapporto ed alla tredicesima, il tutto sotto la costante minaccia, sovente esplicita e violenta, di ripercussioni o di licenziamento». «Gli operai – secondo l’accusa – erano costretti ad accettare, visto il proprio stato di bisogno e l’assoluta precarietà della propria situazione economica, una retribuzione oraria di molto inferiore a quella prevista dal contratto collettivo di lavoro per i metalmeccanici (circa 3,90 euro a fronte di un importo previsto non inferiore agli 8,28 euro), nonché ad effettuare ore di straordinario pagate in modo irrisorio (circa 2,00 euro a fronte delle previste 12,42 euro) o addirittura, in alcuni casi, senza retribuzione». Fin dalla stipula del contratto di assunzione “part time”, inoltre, secondo l’accusa «gli arrestati richiedevano ai dipendenti di sottoscrivere contratti che prevedevano attività lavorativa per sole quattro ore al giorno, a fronte delle effettive otto/dieci ore giornaliere pretese e li obbligavano a sottoscrivere, per avere maggior potere ricattatorio, lettere di licenziamento in bianco”, rinvenute dai finanzieri presso lo studio del consulente del lavoro a seguito di perquisizione. La condotta criminosa sarebbe stata perpetrata durante per circa 9 anni, e non sarebbe cessata neanche dopo l’avvio, nel mese di agosto 2016, dei controlli della Finanza. «Diversi sono stati i tentativi di ostacolare le indagini e di influenzare i testimoni. – afferma l’accusa – Tra questi la gravissima condotta del sequestro di persona, posto in essere da alcuni arrestati». Le indagini avrebbero consentito, inoltre, di accertare anche un’ingente truffa ai danni dell’Inps: «ogni due/tre anni i lavoratori venivano licenziati da un soggetto economico e contestualmente assunti da un altro soggetto economico, comunque riconducibile e gestito dagli stessi arrestati». (agg. 31/01 ore 7)

I RISULTATI DELL’INDAGINE. La complessiva attività investigativa svolta avrebbe consentito di quantificare il profitto dei reati perpetrati in 1.227.252,00 euro, di cui circa 140.000 euro, corrispondente ai mancati versamenti dei contributi previdenziali ed assistenziali nonché ai fittizi licenziamenti-assunzioni.

Diversa la posizione della difesa, con Pietro Emanuele che in sede di intrrogatorio di garanzia evidenziò i rapporti che aveva con i lavoratori, in taluni casi «anche di amicizia» e frequentazioni fuori dal lavoro. Emanuele Costa ha messo in evidenza l’incongruenza temporale tra la contestazione dei fatti e il suo lavoro in azienda. Alcune circostanze contestate dall’accusa riguarderebbero cioè un arco temporale durante il quale Emanuele non abitava neanche a Tarquinia, ma a Roma, e lavorava presso un’altra ditta. Sia per questioni patologiche sia per questione documentali, l’attività in azienda di Pietro Emanuele sarebbe avvenuta solo negli ultimi due anni. Questioni di salute lo avrebbero cioè tenuto lontano dalla società per la quale non aveva neanche rapporti gestori. Talita Volpini, da parte sua ha rimarcato di aver avuto un ruolo assolutamente marginale, limitandosi a qualche bonifico; tale la situazione anche per Paola Piselli. I legali difensori degli indagati, Pier Salvatore Maruccio, Francesca Maruccio e Paolo Pirani, da parte loro hanno rimarcato «la doverosa distinzione tra i vari soggetti per i ruoli rispettivamente rivestiti e le funzioni svolte (e se effettivamente svolte)». (Agg. 31/01 ore 7.30)

ULTIME NEWS