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Piede diabetico, ecco la cura

Piede diabetico, ecco la cura

Secondo gli esperti si può rigenerare con le cellule del paziente stesso

Usare cellule dello stesso paziente per avviare un processo di rivascolarizzazione capace di sanare le lesioni causate dal piede diabetico, scongiurando l’amputazione dell’arto. E’ questa la nuova frontiera della medicina rigenerativa messa a punto dagli specialisti dell’Irccs Neuromed di Pozzilli (Is): basta un semplice prelievo di sangue, e il paziente è potenzialmente in grado di «guarire se stesso». Di questa innovativa opportunità di cura si è parlato al congresso «L’evoluzione della chirurgia vascolare tra presente e futuro» organizzato dall’Unità operativa di Chirurgia vascolare ed endovascolare dell’Istituto Neuromed. La perdita di vascolarizzazione degli arti inferiori è una delle complicazioni maggiori alla quale vanno incontro i pazienti diabetici – sottolineano gli esperti della struttura molisana – Il piede diabetico, infatti, espone ad ulcere, piaghe sanguinanti e infezioni che, a lungo andare, possono portare fino alla cancrena e all’inevitabile amputazione. «La medicina rigenerativa è la nuova frontiera nella guarigione delle ulcere da piede diabetico – spiega all’AdnKronos Salute Enrico Cappello, responsabile Uos di Chirurgia endovascolare del Neuromed – Oggi noi la accostiamo a tutte le tecniche di chirurgia tradizionale, di rivascolarizzazione sia endovascolare sia chirurgica». «Nei casi di pazienti con piede diabetico che non vanno incontro a guarigione – precisa il chirurgo – dopo averli rivascolarizzati e avere ottenuto la terapia antibiotica, eseguiamo una tecnica innovativa di rigenerazione microvascolare associata a una modulazione della risposta immunologica a livello locale. Precisamente con l’infusione e l’estrazione da sangue periferico di monociti. In questo modo riusciamo a riportare il sangue fino alla caviglia del paziente, e a rigenerare il micro letto vascolare che va a irrorare e a portare antibiotico e ossigeno a livello della lesione. Questo ci ha consentito sia di guarire pazienti che prima sarebbero andati incontro ad amputazione certa, sia di velocizzare la degenza e migliorare la loro qualità di vita».

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