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Processo Vannini, diritto e morale

Processo Vannini, diritto e morale

Parla l’avvocato tarquinese Paolo Pirani: «Una cosa sono le prove che si formano in Tribunale, altro è il sentire comune»  

LADISPOLI – «Un conto è la convinzione morale, un conto sono le prove raccolte all’interno del processo». A cercare di dare una spiegazione della sentenza della Corte d’Assise di Roma sull’omicidio di Marco Vannini, è stato, durante una delle puntate di Quarto Grado, su Rete 4,  l’avvocato tarquiniese Paolo Pirani. «Bisogna sciogliere un nodo – ha detto – che è quello tra diritto e morale che viaggiano su binari paralleli e spesso non si incontrano mai». 
E la vicenda Vannini è, per il legale, «l’esatto esempio di questo sillogismo». Da una parte la sentenza della Corte d’Assise di Roma che ha condannato a 14 anni per omicidio volontario il capofamiglia Antonio Ciontoli, a 3 anni i figli Federico e Martina e la moglie Maria Pezzillo per omicidio colposo e che ha assolto la fidanzata di Federico, Viola Giorgini. Dall’altra parte c’è invece la reazione della famiglia e di migliaia di italiani che avrebbero voluto una sentenza più dura nei confronti di tutti e cinque gli imputati. (AGG. 09/05 ORE 6.00)

“SENTENZA PROCESSUALMENTE CORRETTA”. «Processualmente – ha spiegato Pirani – la sentenza è corretta». Tutto gira intorno al sottile confine esistente tra dolo eventuale e colpa. «Si può confondere un buchino con un colpo di pistola? Il problema – ha spiegato Pirani durante la tramissione televisiva – è capire se si è visto che il colpo era in canna o meno». Altro aspetto da tenere in considerazione è il colpo d’arma da fuoco che ha colpito Marco e che ha causato una lesione interna. «Il problema è che la perizia ha detto che non era visibile, percebile. Da un punto di vista di diritto dobbiamo basarci sugli aspetti e sulle prove acquisite nell’ambito processuale». (AGG. 09/05 ORE 7.00)

L’INTERPRETAZIONE DEL DIRITTO. Insomma nell’interpretazione del diritto «i colleghi hanno svolto un ottimo lavoro». Affermazioni contestate, all’interno della trasmissione da Carmelo Abbate che ha “accusato” gli operatori del diritto di «nascondersi dietro al diritto» tornando a parlare di una «sentenza codarda» che «calpesta la dignità di mamma Marina». 
Ma se il motivo del ritardo nei soccorsi, da parte della famiglia Ciontoli al ragazzo, è stata dettata dalla paura di Antonio Ciontoli di perdere il posto di lavoro, proprio questo, per l’avvocato Pirani, diventa il «punto di forza della non consapevolezzaz che Marco sarebbe deceduto. Sarebbe illogico – ha sottolineato Pirani – che se una persona muore io ho salvo il posto di lavoro». 
Considerazioni, quelle dell’avvocato Pirani che, sicuramente, non troveranno d’accordo la famiglia e tutti coloro i quali ad oggi, continuano a chiedere giustizia per Marco, auspicando che in Appello, la sentenza venga rivista infliggendo pene più severe a tutta la famiglia Ciontoli.

Ma il legale torna a puntare i riflettori sulla distinzione che occorre fare tra “processo mediatico” e “il diritto”. Il problema di fondo è «riuscire a scindere le due cose». (AGG. 09/05 ORE 7.30)

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