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Processo Vannini, parla Viola Giorgini

Processo Vannini, parla Viola Giorgini

"Probabilmente è facile credere che il numero e la massa facciano la verità quando non si è mai sentita l'altra "campana"; forse mi sarei comportata anche io così se fossi stata esterna alla situazione".

LADISPOLI – Viola Giorgini, fidanzata di Federico Ciontoli e anche lei imputata nel processo di primo grado per l’omicidio di Marco Vannini, ha deciso di scrivere una lunga lettera, dopo la sentenza della Corte d’Assise di Roma che l’ha vista assolta. Di seguito il testo integrale della lettera inviata alla redazione:

“Spett.le Redazione,

Sono Viola Giorgini, coivolta nel processo conosciuto mediaticamente come “Caso Vannini” e mi rivolgo a Voi nella speranza che possiate trascendere la grande influenza che i Media hanno avuto in questa storia e dar voce al mio pensiero. Fin dall’inizio di questa storia si è svolto un processo mediatico parallelo al processo giudiziario, che vede coinvolti diversi programmi televisivi, i quali con toni molto accesi, sono arrivati dritti al cuore degli spettatori. Purtroppo mi sono sempre trovata a dover “scappare” dalle telecamere senza altra ragione se non quella di fuggire da un meccanismo del quale non voglio far parte. Questo non perchè io non creda nel diritto di cronaca, nell’informazione e nella costruttività dei contenuti che la televisione può trasmettere, ma perchè mi è sempre sembrato inumano il modo violento con cui i giornalisti hanno cercato di “estorcere” false confessioni o atteggiamenti facilmente giudicabili, con l’intento di costruire castelli di bugie. Ad oggi non riesco più a credere che un’intervista possa essere improntata sulla veridicità ma solo che sarà il più possibile simile ad un monologo volto a mettere in difficoltà. Allora, con che dignità ci si “vende” a questo? Come si può rispondere e spiegare cose poste nella maniera più ambigua possibile, che in realtà però hanno una spiegazione, se non si vuole entrare a far parte di un mondo che si dimostra sempre meno trasparente?

In tutta questa storia non ho mai dimenticato che una persona ha perso la vita e che alcuni comportamenti sono frutto di tanta sofferenza, ma perchè costruire intorno tutto questo?  Finora il processo mediatico non è sembrato volgere alla veridicità dei fatti, ha inventato e distorto con fantasiose ricostruzioni la realtà, anche avendo a disposizione documenti che le smentivano, con conseguenze forse insanabili. E credo che questo sia stato fatto perchè nutrirsi delle sofferenze per scopi televisivi è più semplice e più di impatto emotivo. I programmi televisivi sono responsabili non solo di quello che dicono, ma anche di quello che suscitano, e le loro parole hanno generato un forte sentimento di rabbia, di sfiducia nella legalità e di vendetta. Potrebbero spiegare al pubblico gli aspetti tecnici di un procedimento ma allo stesso tempo anche gli aspetti umani, giocando così un ruolo di vera informazione e di diffusione di pace, non di ostilità e disprezzo fine a se stesso.  Quando questo non c’è è difficile affidare la proprio immagine ad una telecamera che contribuirà ad alimentare una grande finzione.

Probabilmente è facile credere che il numero e la massa facciano la verità quando non si è mai sentita l’altra “campana”; forse mi sarei comportata anche io così se fossi stata esterna alla situazione. Quindi non credo che questo sia un comportamento verso il quale puntare il dito, ma credo che essere umani significhi riuscire a non esprimere giudizi così atroci senza chiedersi come ci si sarebbe comportati in situazioni che siamo abituati a giudicare.

Comprendo che il mio silenzio mediatico possa aver creato dubbi ma ho sempre ritenuto assurdo unirmi alla spettacolarizzazione di questa storia, perchè non credo che la televisione, con le modalità adottate finora, possa dare una sincera vicinanza. Si chiede giustizia ed allo stesso tempo non la si chiede, o meglio la si critica perchè non risponde a convinzioni soggettive. Il primo grado di questo processo mi vede assolta ma chi chiede giustizia dice che sono colpevole e che merito un trattamento crudele.

Quello che è successo ha cambiato profondamente la mia vita lasciando un segno che porterò per sempre e con questa consapevolezza affronto il giudizio in tribunale.

La solidarietà è qualcosa di fondamentale e spero davvero che non venga mai a mancare, ma l’accanimento e la denigrazione non sono sinonimi di solidarietà, sono il frutto di influenze e convinzioni che mi vedono descritta come il mostro che in realtà non sono. Solo che non ho mai potuto dimostrare il contrario perchè la battaglia mediatica è una battaglia persa in partenza se non si è in grado di diventare un burattino che pensa di poter essere se stesso, ma che poi in realtà è gestito per scopi che non credo diano la giusta importanza a chi non c’è più. Con questa lettera spero che possiate spiegarmi se essere giornalista significhi essere come ho sopra descritto o come credo che qualcuno di voi sia: rispettoso dell’uomo, dei suoi diritti e sincero con il pubblico al quale si rivolge. Spero possiate rispondere a me ed a tutte quelle persone che ingiustamente si  ritrovano a chiedersi se valga la pena o meno di assecondare questo meccanismo coscientemente distruttivo, anche a costo di ridurre la propria vita a niente.

Vi ringrazio per la vostra attenzione”.

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