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La democrazia un tavolo sempre aperto

La democrazia un tavolo sempre aperto

Riflessione dopo quanto accaduto all’ultimo consiglio comunale  

di TONI MORETTI

CERVETERI – E’ difficile riuscire a dimenticare il primo giorno di scuola della prima media, quando il timore e l’ansia che derivava dal trovarsi sbattuto in un nuovo ambiente, in nuovi spazi e con insegnanti tutti da scoprire, piano piano si attenua e sparisce del tutto quando arriva ad accogliere la classe, dove ero stato inserito, la prima A, il pofessor Agostino Pigozzi  il quale, nello stupore generale, decide di disporre i banchi a semicerchio e dopo aver preso posto esordì: “In questa classe vigerà e prevarrà sempre la democrazia, una parola che quando uscirete da questo ciclo di studi, conoscerete molto bene perché non ne avrete imparato il significato, ma l’avrete vissuta. Come vedete, qui non esiste un primo e un ultimo banco, non ci sarà un primo ed un ultimo della classe. Siete tutti uguali anche se con caratteristiche diverse, che non saranno mai oggetto di esclusione ma di arricchimento di un lavoro comune che avrà un risultato unico: una classe rispettosa delle idee di tutti, che non produrrà né primi e né ultimi ma una collettività che nel suo insieme verrà valutata per quanto saprà produrre per il corretto vivere sociale’’.
Penso che quella fu la prima di una serie di lezioni di educazione civica che negli anni temprarono l’uomo che andava formandosi. Il professore era solito dare della democrazia una definizione che è rimasta scolpita nella mente dei suoi allievi come un segno indelebile. Come scritto con la matita di un notaio. “Il bello della democrazia – diceva – è che è un tavolo sempre aperto. Aperto a tutti e ad ogni istanza. Il segreto affinché non si chiuda mai è il rispetto che si deve avere per ogni componente di quel tavolo, cioè per tutti e per ogni cosa che dice e dei ruoli che in quel tavolo ognuno ha, ruoli stabiliti da accordi e compromessi che cumulano il consenso e che si trovano attraverso confronto e discussione’’.   
E’ indubbio che sono grato, infinitamente grato, a chi in tempi lontanissimi mi mette in condizione di dire al mio sindaco dopo quanto accaduto all’ultimo consiglio comunale: “Alessio, occhio, hai passato il limite. Si può arrivare a comprendere dei momenti di stress che conducono ad un autoesaltazione che offuscano la percezione di quanto e fino a dove si può spingere l’esercizio di un potere comunque delegato. Oltre a chi sostiene di essere maggioranza ci sono gli altri. Diceva sempre il professore nello spiegare il concetto di uguaglianza nelle differenze, che ognuno di noi è funzionale e qualificativo all’altro. E’ il debole, la sua esistenza, che evidenzia la condizione dei forti. Questi ultimi non avrebbero la consapevolezza della loro forza se non ci fossero i deboli e quindi va aiutata la loro esistenza  sopperendo  ai loro deficit. L’esercizio dell’arroganza si basa su una forma elitaria basata sul disprezzo degli interlocutori che vi si oppongono ma il destino è poi quello di essere seguiti da fedeli servitori che per paura o per opportunità accettano quella parte. Diverso è invece riuscire a circondarsi da fedeli collaboratori, per quanto scomodi o critici possano essere”. 
Ed infine un consiglio non richiesto formulato in un quesito:  ‘Tu, geniale comunicatore, non ritieni che chiedere scusa ai cittadini che non ti hanno votato offendendoli per mezzo dei giudizi espressi verso i loro rappresentanti, possa diventare un atto di forza invece che di debolezza? La forza dell’umiltà?’’

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