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Marx ed Engels contro la Flat tax

CIVITAVECCHIA – La società ideale è quella in cui ognuno offre quanto gli è possibile offrire, riservandosi tutto ciò che gli è necessario per vivere in maniera dignitosa, giusta e libera. Dunque offre ciò che ha, senza ridursi a vendere la propria persona, la propria forza – lavoro, perché una società giusta, per richiamare il pensiero di Engels, è tale da rendere possibile all’ individuo impiegare del tempo in maniera spirituale, per conoscere se stesso ed evitare di essere risucchiato dal mondo dell’ automatizzazione. Un concetto dell’ Ottocento, ma ancora attuale, nonostante le numerose conquiste avute a partire da quegli anni e l’azione dei gruppi sindacali. Finché di fianco a persone che vivono bene pur non lavorando ci saranno uomini, donne in dolce attesa e bambini che vivono per lavorare, dedicando le poche ore in cui sono liberi a rispondere alle esigenze primarie del sonno e della fame, questa società non potrà esistere. Purtroppo le classi dirigenti stanno contribuendo alla diminuzione degli elementi della prima categoria, che quindi vedono incrementarsi sempre di più le loro ricchezze, e all’aumento di quelli della seconda, che potremmo paragonare ai proletari marxisti. Tali classi dirigenti, sono però sostenute persino da quelle persone per cui i loro progetti potrebbero rivelarsi una rovina. Uno di questi progetti è la flat tax , un sistema fiscale non progressivo basato, a parte in casi eccezionali, su un’aliquota fissa. Basti dire che la flat tax non è un sistema di tassazione in genere presente nelle economie avanzate: di circa quaranta Paesi che hanno adottato sistemi del genere o simili, gran parte sono in via di sviluppo o uscenti dall’economia dell’ ex Unione Sovietica. Tra questi Lettonia, Estonia, Lituania, Slovacchia, Romania e Ungheria, dove nel 2011 la flat tax portò ad un enorme calo delle entrate, ma non ad una crescita economica generale. Tale provvedimento sarebbe inoltre incostituzionale, in quanto in contrasto rispetto all’articolo 53, il quale afferma che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.” In ragione di ciò, è opportuno fare una riflessione. Ciò che un povero guadagna, gli è totalmente necessario al sostentamento e, spesso, gli è persino insufficiente. Il povero, dunque, è colui che non ha o ha poco. Un ricco invece non ha problemi relativi al sostentamento, ma, anzi, ha proprietà, case, aziende, che non gli sono indispensabili all’esistenza, ma sono accessori rispetto alle necessità primarie. Ipotizziamo un’aliquota del 15%: l’85% restante al povero gli è indispensabile; l’85% restante ad un ricco, tolta la percentuale necessaria al mantenimento delle sue proprietà, va ad arricchire il suo patrimonio. E non si possono basare progetti importanti come il futuro dell’ Italia sulla speranza della bontà degli investitori, che secondo una logica morale giusta, ma probabilmente fallace, dovrebbero aumentare il numero e i salari dei loro dipendenti, nonché gli investimenti in Italia; sulla speranza dell’onestà degli ex evasori, che con tasse più basse fatturerebbero tutto. Inoltre la flat tax ha un costo molto alto – così come il reddito di cittadinanza -, difficilmente sostenibile, dato l’alto debito pubblico italiano. Quali sarebbero le sue conseguenze? Non possiamo saperlo. Tra le ipotesi più accreditate, una riduzione dei servizi pubblici, del welfare, una privatizzazione delle res publicae. Siamo davvero disposti a perdere i nostri privilegi – che oggi sembrano scontati, dovuti – in cambio di una minore tassazione? 

Zeudi Paparcurio

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