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Processo Vannini, Pascucci esprime il comune sentire

Processo Vannini, Pascucci esprime il comune sentire

Il sindaco di Cerveteri ripercorre la vicenda con un parallelismo agghiacciante tra il rumore sordo dello sparo e l’urlo di mamma Marina in aula. Giustizia per Marco: raggiunte oltre 200mila firme per la petizione web      

di GIULIANA OLZAI

CERVETERI –  Il sindaco Pascucci ritorna sulla sentenza di secondo grado emessa il 29 gennaio scorso per l’omicidio di Marco Vannini con una nota pubblicata sulla sua pagina Facebook titolata ‘’A sangue freddo’’. Una nota lucida e terribile, urlata col cuore, nella quale fa un parallelismo agghiacciante tra quello sparo, quel “rumore sordo” e “insopportabile”  ”una calibro nove che spara contro un ragazzo” , “una calibro nove,  che ha la potenza per bucare la carrozzeria di un’automobile” e la reazione dei genitori di Marco, ”l’urlo violento di mamma Marina e quel silenzio dolorosissimo di papà Valerio. Uccisi entrambi il 29 gennaio dallo Stato italiano’’,  quando è stato letto il dispositiva della sentenza. Una nota nella quale si ripercorrono quei momenti drammatici subito dopo lo sparo, le urla di Marco, le telefonate al 118 e la febbrile attività dei Ciontoli per cancellare le prove. Una vicenda che lascia tanti dubbi irrisolti, tante domande che aprono scenari ancora da scrivere. Un riepilogo agghiacciante che configura, per il fatto che gli è rimasto nella testa, in maniera ossessiva, quello che è certamente il comune sentire dei cittadini cerveterani e non solo visto il clamore che la vicenda ha suscitato in tutta Italia. Non dimentichiamoci che la petizione lanciata sul portale  change.org per chiedere giustizia per Marco Vannini ha già raggiunto in pochi giorni oltre 200mila sostenitori, numero destinato senza dubbio ad aumentare di ora in ora.   
Ecco il testo integrale della nota del sindaco Pascucci:
«Uno sparo mi rimbomba nella testa. È un rumore sordo, insopportabile. In pochi istanti annienta ogni altro pensiero. Riducendolo al silenzio. Sembra il rumore di una calibro nove. Una calibro nove che spara contro un ragazzo. Una calibro nove che spara a un giovane di vent’anni che non ha fatto niente strappandogli la vita. Una calibro nove, che ha la potenza per bucare la carrozzeria di un’automobile.
Non mi dà tregua. È qui. Lo sento ininterrottamente. Ma ascolto meglio e capisco che forse si tratta di altro. Forse è il rumore della sirena dell’ambulanza, quella della prima telefonata, chiamata e poi annullata. Forse è il rumore delle urla di Marco. Le urla di Marco sotto quella seconda telefonata al 118 mentre Antonio Ciontoli racconta all’operatrice che è stato solo un piccolo incidente. Con un pettine. Un pettine. Niente di preoccupante. E che Marco si è fatto prendere dal panico.
Forse è il rumore della maglietta di Marco che cade. Quella maglietta che indossava quella sera mai ritrovata. Buttata via chissà dove. Forse è il rumore delle febbrili attività negli istanti dopo il colpo, quando ancora nell’aria c’era l’odore acre della polvere da sparo e qualcuno si dava da fare per cancellare le prove. Dopo quel colpo, spaventoso, che alcuni sostengono di non aver sentito. Forse è il rumore della voce di Antonio Ciontoli. Il rumore della sua voce mentre chiede al medico del pronto soccorso di falsificare il referto sulla ferita. Forse è il rumore di quel loro chiacchiericcio. La famiglia Ciontoli, registrata di nascosto, poche ore dopo la morte di Marco, si mette d’accordo. Prima degli interrogatori si accorda sulla versione falsa da fornire alle forze dell’ordine.
Forse è il rumore della voce del perito. Quando ci spiega che Marco si sarebbe potuto salvare. Marco si sarebbe salvato. Se avesse ricevuto assistenza nei tempi giusti. Forse è il rumore del fantasioso racconto di Antonio Ciontoli, il padre della fidanzata di Marco, che entra in bagno, mentre Marco è nella vasca, per mostrargli le pistole.
Forse è il rumore delle parole del Giudice della Corte di Appello che una dopo l’altra cadono come pietre. Pronunciano una sentenza vergognosa di omicidio colposo con una condanna per l’assassino a soli cinque anni. Lo stesso Giudice che qualche istante dopo ha il coraggio di ammonire Marina, la mamma di Marco, per il suo sfogo in quell’aula.
O forse quello che sento è il rumore della morte. È il rumore di un omicidio. Colposo però dicono i giudici. Commesso nella casa della fidanzata, là dove Marco doveva sentirsi protetto. Il rumore di un soccorso negato. Di racconti bugiardi. Di ogni parola che Marco non pronuncerà. Di una vita strappata che per qualcuno vale soli cinque anni. O forse non è neanche tutto questo. Mi fermo. E ascolto ancora. Quel suono che sento e che mi impedisce di pensare ad altro è l’urlo violento di mamma Marina e quel silenzio dolorosissimo di papà Valerio. Uccisi entrambi il 29 gennaio dallo Stato italiano. È lo straziante rumore di questo nuovo omicidio. Di nuovo a sangue freddo. Che lascerà ancora una volta tutti impuniti». 

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