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Omicidio Vannini, la motivazione:''Atto riprovevole e odioso, ma fu omicidio colposo''

Omicidio Vannini, la motivazione:''Atto riprovevole e odioso, ma fu omicidio colposo''

Così la prima Corte d’Appello di Roma nel motivare la condanna a cinque anni ad Antonio Ciontoli. Nella  sentenza si evidenzia che: «Il nesso fra le condotte omissive, dilatorie e mendaci ascritte agli imputati e l’evento morte resta dunque accertato». Per i familiari: «Si deve ritenere non sufficientemente certo che essi si siano rappresentati con la lucidità e la nettezza del padre la possibilità dell’evento mortale»  

di GIULIANA OLZAI

CERVETERI – «Posto che la condotta di Antonio Ciontoli appare estremamente riprovevole sotto il profilo etico… ma i piani concettuali non vanno mescolati, e il fatto di trovarsi alle prese con un imputato la cui condotta è particolarmente odiosa non può di per sé comportare che un fatto colposo diventi doloso. Nel rispetto del principio del favor rei, dunque, la condotta di Ciontoli va qualificata come sorretta da colpa cosciente…Tuttavia, la condotta tenuta dall’imputato appare di gravità tale, in relazione anche agli aspetti di personalità segnalati, alla tragicità dell’accaduto, all’assenza di significativi tratti di resipiscenza, da giustificarsi l’attestarsi della sanzione nel massimo edittale, vale a dire 5 anni di reclusione».  Così concludono i giudici della prima Corte d’Assise d’Appello di Roma nel motivare la riqualificazione giuridica del fatto ascritta ad Antonio Ciontoli ritenendolo «responsabile di omicidio colposo con previsione dell’evento», in quanto «l’aggravante della colpa grave è caduta per effetto delle già concesse attenuanti generiche», per avere causato la morte di Marco Vannini, avvenuta dopo una lunga e drammatica agonia alle ore 3,10 del 18 maggio 2015. In primo grado Antonio Ciontoli fu condannato a 14 anni per omicidio volontario, i figli e la moglie, Martina (fidanzata di Marco), Federico e Maria Pezzillo, a tre anni per omicidio colposo. In appello, quindi condanna ridotta a 5 anni  per il capofamiglia per omicidio colposo e conferma della sentenza per i familiari.
Diverso il ragionamento per i suoi familiari che si legge in sentenza «difettavano della piena conoscenza delle circostanze … possono muoversi addebiti a titolo di colpa semplice …  proprio in considerazione della non provata consapevolezza circa la natura del colpo esploso, delle rassicurazioni di Antonio Ciontoli e delle caratteristiche della ferita, si deve ritenere non sufficientemente certo che essi si siano rappresentati con la lucidità e la nettezza del padre la possibilità dell’evento mortale».
Un punto fermo da cui parte la Corte è che «Antonio Ciontoli esplose colposamente un colpo di pistola che attinse Marco Vannini». La natura colposa del ferimento «è un dato di fatto che si deve ritenere incontrovertibile» in quanto nel corso del presente procedimento «nessuna delle parti vi ha peraltro fatto riferimento, circa l’eventuale esplosione volontaria del colpo di pistola da parte di Antonio Ciontoli ovvero l’attribuibilità del colpo stesso non ad Antonio Ciontoli, ma ad altro imputato».  
Per quanto riguarda la condotta di tutta la famiglia Ciontoli successiva al ferimento si evidenzia che «deve ritenersi accertato e non controverso il nesso eziologico tra l’esplosione del colpo di pistola e il decesso» – e continua la Corte – parimenti accertato e non controverso che gli imputati non solo non allertarono immediatamente i soccorsi, ma che, quando lo fecero, adottarono modalità informative ingannevoli». E patrimonio per tutte le parti continua la Corte  «come questa condotta abbia determinato un evidente ritardo nei soccorsi, producendo, a sua volta, un ritardo, che si sarebbe rivelato fatale, nell’adozione di dei protocolli sanitari correttamente individuati dalla comunità scientifica e dalla prassi nel casi di ferita d’arma da fuoco».  
Anche per la Corte il ritardo «a cui si deve fare riferimenti è quello di 110 minuti» che come riferito dai periti (Oliva, Alessandrini e Arcangeli) ha giocato un ruolo decisivo nella morte di Marco. Anche il fatto che la ferita all’apparenza non si presentava devastante «non legittima né la reticenza né tantomeno la menzogna». Quindi si conclude che “il nesso fra le condotte omissive, dilatorie e mendaci ascritte agli imputati e l’evento morte resta dunque accertato». 
Altro aspetto la presunta presenza di Martina insieme al padre nel bagno al momento dello sparo che secondo l’accusa si evincerebbe dall’intercettazione ambientale effettuata nella caserma di Civitavecchia la Corte sottolinea che: «Si tratta, invero, di una conversazione intercorsa tra soggetti evidentemente sconvolti, preoccupati e distrutti dal dolore, inidonea a offrire elementi probatori solidi».  E si rimarca che «la prova scientifica acquisita in dibattimento dimostri esattamente il contrario», nel senso che non la si può collocare «nell’area di esplosione al momento dell’esplosione stessa». Anche per Federico si evidenzia che «dal tenore della conversazione emerga una totale inconsapevolezza dell’imputato, e di sua sorella, della possibilità di essere anch’essi imputati di omicidio. Essi, in realtà manifestavano preoccupazione esclusivamente per la posizione giuridica del padre». 
Un punto senz’altro importante è chi era presente durante il colloquio tra Antonio Ciontoli e l’infermiera Ilaria Bianchi giunta presso l’abitazione con il barelliere Antonio Calisti nel corso del quale il capofamiglia riferiva che mentre si trovava con Marco nel bagno che faceva la doccia e discutevano di calcio il ragazzo era scivolato e si era ferito su un pettine a punta. Ebbene, la Corte condivide le osservazioni del primo giudice «sulla mancanza di certezza circa l’effettivo concorso dei familiari nel mendacio degli operatori del 118» ritenendo contrastanti le dichiarazioni dei due operatori sanitari. Sul punto va sottolineato che già  il Pm D’Amore nel suo ricorso aveva evidenziato un errore nella sentenza di primo grado  che viene smentito dal verbale di trascrizione. In sentenza infatti si riporta che non è del tutto chiaro chi fosse realmente presente durante il colloquio osservando che l’infermiera ha riferito della presenza anche degli altri familiari, mentre Calisti ha ricordato di aver avuto come unico interlocutore il capofamiglia. Al contrario dal verbale di trascrizione emerge che Calisti ha dichiarato che accanto ad Antonio si trovavano la padrona di casa, le due ragazze e il figlio, i quali non si sono mai allontanati durante il colloquio. La versione dell’operatore differisce da quella dell’infermeria solo nel passaggio relativo a  Viola Giorgini in quanto Bianchi non ricordava la sua presenza. 

(Segue)

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