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Omicidio Vannini, mamma Marina: ''Nessuna parola spesa per Marco''

Omicidio Vannini, mamma Marina: ''Nessuna parola spesa per Marco''

Emozioni e sentimenti contrastanti dei genitori del giovane cerveterano nel commentare le motivazioni della sentenza di Appello. Mamma Marina: «La sua lunga e drammatica agonia spazzata via come se non fosse mai esistita». Papà Valerio: «Se tu punti ad uno una pistola con un proiettile in canna e spari, non è uno scherzo»  

di GIULIANA OLZAI  

CERVETERI – «Il mio dolore più grande è che nelle motivazioni che ho letto non viene mai nominato mio figlio. E’ sconcertante vedere che un ragazzo di vent’anni, ammazzato nel fiore della sua  vita, è come se non fosse mai esistito.  La sua lunga e drammatica agonia è stata  spazzata via come con un colpo di spugna. Nessuna parola. E’ come se hanno ammazzato due volte mio figlio». Con queste drammatiche parole inizia l’intervista esclusiva a Marina Conte, mamma di Marco Vannini che commenta le motivazioni della sentenza di secondo grado che ha ridotto la pena detentiva ad Antonio Ciontoli per avere causato la morte del figlio il 18 maggio 2015. Questa volta ci sono voluti diversi giorni per elaborare e comprendere quella sentenza che l’ha letteralmente sconvolta. Un periodo, questo, difficile, stressante e massacrante vissuto in un turbine di emozioni e sentimenti  contrastanti: un mix di dolore, rabbia, indignazione e sconcerto. Mamma Marina da sfogo al suo dolore: «Una sentenza vergognosa, vissuta da noi come un lutto che si rinnova.  Quasi quattro anni fa, quando è morto mio figlio, nell’immediatezza, mi sono arrivati tanti telegrammi, tante lettere, un  via vai di persone a casa. La stessa cosa è successa dopo la sentenza di secondo grado. Ricevo quattro cinque lettere al giorno di persone che mi scrivono da tutta Italia chiedendomi delle spiegazioni, come per esempio perché non è stata sequestrata la casa, e tante altre domande alle quali non so dare una risposta. Mi sono sentita tradita. Non hanno tenuto conto di niente. E’ come se i testimoni che hanno sfilato in primo grado e che poi hanno ripercorso i miei legali nella requisitoria in Appello, non fossero mai esistiti. Inesistenti. In quelle motivazioni  non c’è nessuna parola delle parti civili. I miei avvocati hanno parlato per diverse ore dicendo passo per passo quello che era successo quella sera in quella maledetta casa e praticamente non viene menzionato niente. Le urla disumane di mio figlio come ha testimoniato la vicina che le ha sentite, le sue richieste disperate di aiuto, o quando diceva “Scusa Marti”, niente. Non è stato riportato niente. E’ sembrato che tutti noi fossimo dei deficienti,  e che a dire la verità siano stati solo loro (i Ciontoli) e addirittura creduti nonostante le loro palesi menzogne».
Mamma Marina affronta alcuni punti di quelle motivazioni: «Il fatto ancor più vergognoso è poi quando si fa riferimento agli operatori del 118 in sole due righe. Senza alcuna spiegazione, dicono che le loro dichiarazioni erano discordanti. Ma entrambi gli operatori hanno dichiarato che erano presenti tutti i familiari quando Ciontoli riferiva loro che Marco era stato ferito con un pettine a punta. L’unica discordanza riguarda Viola Giorgini, nel senso che il barelliere Cutini ha detto che era presente pure lei, mentre l’infermiera Bianchi non si ricordava la sua posizione. Detto questo non vuol dire che i familiari di Ciontoli non erano presenti quando si parlava con gli operatori. Parliamo di Martina, per esempio. Dalle intercettazioni ambientali che ritengo genuine lei dice “Ho visto papà quando gli ha puntato la pistola” quindi era presente ma non ne è stato tenuto conto.  Martina c’era e tra le tante cose dopo ben otto ore gli è stata trovata una particella di polvere da sparo nel naso. Questo vuol dire che era presente. Per me Martina ha avuto un ruolo fondamentale. Poi comunque riguardo a Ciontoli  che era un militare della Marina, che fa un addestramento, ma metti pure che non era un militare, ma prendi un porto d’armi, la prima cosa che ti spiegano come funziona e va usata una pistola e lui lo sa bene perché era un appassionato di armi. Ciontoli era un appassionato di armi, non mio figlio come dice lui. Dentro casa l’arma mio figlio non l’ha mai avuta, lui si, ne aveva ben due».  
Lo sconcerto in mamma Marina è palpabile: «E’ stata costruita una sorta di favola e la Corte di Appello ha creduto a questa favola. Nel dubbio si riqualifica il reato, però nel dubbio mio figlio è morto. Posso capire l’omicidio colposo, anche se è difficile accettarlo, se mio figlio fosse morto nell’immediatezza dello sparo e fossero stati attivati subito i soccorsi, ma ha vissuto per ben tre ore. Marco si poteva salvare con altissima probabilità. Questo non lo dico io, ma i periti. E di questo non teniamo conto? E noi genitori? Per noi nessun accenno e nessuna considerazione. Infatti non veniamo menzionati per niente».
A questo punto mamma Marina non si trattiene dal ricordare quel giorno in aula quando il presidente della Corte d’Appello interrompe la lettura del dispositivo della sentenza per replicare alla sua reazione incontenibile ed esplosiva  e sbotta furiosa: «L’unica cosa che rimane di questa fase di Appello è che ci avrebbe buttato fuori e che ci avrebbe fatto fare una passeggiata a Perugia. Capisco tutto, però ci sono modi e modi». 
Uno sfogo quello di mamma Marina lucido quanto intriso di un’aspettativa di affermazione di una giustizia applicata oltre un mero calcolo matematico ma che tenga conto anche di una fondamentale considerazione etica e morale: «Una grande delusione per  tutte le attenuanti che sono state riconosciute. Non va bene. Gli è stato dato il più alto grado del colposo e poi non si riconosce nessuna aggravante? Quello che mi ha fatto più male di questa sentenza è che Marco non è stato mai mai menzionato. Una sentenza che ha sposato  la versione dei  legali difensori. Un altro aspetto, secondo me, riguarda anche i tempi. E’ stata emessa una sentenza in un’ora e ventisei minuti di camera di consiglio, compresa la pausa per il pranzo e per non parlare di eventuali bisogni fisiologici. In questo lasso di tempo si è riuscito a spiegare a sei giudici popolari la differenza fra dolo eventuale e colpa cosciente, che io che sono quattro anni che ci sono in mezzo non ho ancora capito bene ancora oggi. Da profana non riesco ad entrare nei cavilli giurisprudenziali. So di certo che mio figlio si poteva salvare, ma sembra che questo non faccia nessuna differenza. Io ragiono da mamma, ma come me la pensano tantissimi italiani». 
Questo è un processo nato male fin da principio visto che la villetta non è stata mai sequestrata e i rilievi, durati solo poche ore, sono stati superficiali.  E mamma Marina punta il dito sulle tante domande a cui non trova risposta: «Ci sono troppi buchi neri,  tanti dubbi irrisolti in questa vicenda. Come emerge dalle intercettazioni telefoniche si accordano più di una volta su quanto dire anche riguardo alle pistole.   Viola, addirittura sconfessando quanto dichiarato,  in una telefonata ad un’amica, intercettata, dice che le pistole sono sempre state sopra il divano del piano di sotto.  Poi sul fatto che erano pulite, ossia non c’erano tracce. Perché se poi Ciontoli ha dichiarato poi che ha sparato lui perché  le pistole sono state pulite?  Cosa devono nascondere? Sono tante le cose che non tornano. Se si pensa che ad oggi ancora la maglietta di Marco non sta agli atti. Dove sta questa maglietta? Che fine ha fatto? Arrivo pure a pensare che alla fine sono stati costretti a chiamare i soccorsi perché Marco urlava e le sue urla disperate sono state sentite dai vicini. Chi me lo dice che Marco se non avesse urlato l’avrei trovato dentro quella casa o, invece, da un’altra parte?  Ma che persone sono queste. Io non riesco, come tanti italiani, a darmi una spiegazione logica per tutto quello che è successo.  Sto male. Malissimo. Sono esausta perché sono quattro anni che mi batto per cercare di capire cosa è successo in quella casa.  Per una madre è una cosa che brucia tanto non sapere la verità.  Quest’anno è l’anniversario dei mei 25 anni di matrimonio. Avevamo sempre espresso il desiderio di fare un viaggio insieme: io, mio marito e Marco. Niente, è finito tutto».
Un ultimo accenno infine a quelle scarpe da ginnastica bianche della Nike modello Air Max di Marco, a fianco al letto nella camera di Martina sulle quali sono state rinvenute tracce di polvere da sparo, mai menzionate in nessuna delle due sentenze. E a questo punto che sorge spontanea una domanda: Sono state sempre là oppure ci sono state portate? Questo è uno dei tanti dubbi irrisolti. Sembra come un fardello ingombrante e scomodo doverle menzionare, che apre uno spiraglio a scenari ancora tutti da scrivere.  

Papà Valerio: «Siamo in attesa che il procuratore generale faccia ricorso in Appello. Si cerca di star su con il morale ma è tosta. Ogni volta che pensiamo che è quasi fatta, boom, arriva una botta forte. Leggendo quelle motivazioni è come aver preso coscienza che la giustizia è finita. Parto dal presupposto che la giustizia dovrebbe essere giusta, lo dice la stessa parola, e, invece, da quello che è uscito fuori non lo è affatto. Nel caso di Marco quello che emerge dal processo è basato su una caterva di bugie, per giunta dimostrate, è un controsenso. Le considerazioni che fanno i giudici le ritengo vergognose in quanto non hanno preso in considerazione niente di quello che è stato realmente accertato come emerso dalle intercettazioni ambientali e telefoniche alle testimonianze. I vicini hanno sentito che Marco ha urlato  per un’ora con un proiettile in corpo che gli ha trapassato gli organi pensa a quanto dolore avrà avuto. Eppure nessuna parola a riguardo.  Ma un’ora è lunghissima. Già è lunga per una persona che sta bene, figuriamoci per una persona che ha un proiettile in corpo. Pensa a quante richieste avrà fatto mio figlio. Avrà detto portatemi all’ospedale, chiamate mamma e papà, aiutatemi. E tutte queste cose non sono state prese in considerazione. Lo dimostra anche il fatto che gli assassini non si sono permessi di dire mai Marco ha fatto o Marco ha detto questo. Non hanno mai pronunciato il suo nome. L’avrà pure detta qualcosa questo povero figlio mio. Niente. Non è stato preso in considerazione niente – ripete papà Valerio sconcertato e con una cocente delusione – Ciontoli ha detto che lui voleva fare uno scherzo. Ma di che stiamo parlando? Quello è uno scherzo? No, non è uno scherzo. Se tu punti una pistola con un proiettile e spari, non è uno scherzo. Escludo che il colpo possa essere partito accidentalmente anche in funzione delle caratteristiche di quella pistola che come sappiamo aveva un difetto.  Dal mio punto di vista è sbagliato tutto il processo fin dall’inizio. Si è partiti dal fatto che è successo nel bagno. E questo, a mio avviso,  balisticamente è impossibile che possa essere successo lì.  L’unica cosa certa è che Marco è stato sparato e il proiettile ha proseguito con una traiettoria che va da dietro verso davanti, dall’alto verso il basso e se lui era seduto nella vasca in quella posizione, in quel bagno è impossibile. Il proiettile poteva aver preso quella traiettoria solo se Ciontoli entrava nel bagno, chiudeva la porta, si sdraiava addosso al muro e con la mano sinistra gli sparava. Oltretutto Ciontoli ha detto che è entrato in bagno, stava davanti a Marco, quando scherzando con la pistola gli è partito un colpo. Quindi stava davanti a Marco. Ma il colpo parte da dietro verso davanti. Non è stato considerato niente. Hanno dato solo valore a quello che hanno detto loro con tutte le bugie che hanno raccontato.  Sono letteralmente schifato di questa situazione. Ma la legge è uguale per chi? Questi sono quattro anni che stanno in giro e possono fare quello che gli pare. E alla fine se va avanti questo tipo di giudizio si fa si o no un anno di carcere. E’ vergognoso. E’ assurdo». Inaccettabile per i genitori di Marco che sia stata tranciata con una freddezza disarmante con un colpo secco e deciso, come quello di una scure affilatissima, quella lunga, drammatica e lenta agonia del loro figlio, e continua papà Valerio: «Un vero e proprio atto di crudeltà di cui non si fa alcun cenno nelle motivazioni.  Sono una persona che si basa molto sulla logica però questo lo trovo illogico. Mi lascia senza parole. Lo ripeto sono schifato da questa cosa. Poi questo filo sottile che divide il dolo eventuale dalla colpa cosciente non mi sembra poi tanto sottile per quanto riguarda le condanne.  A mio parere ci sono tutti gli elementi per il dolo eventuale, dimostrato dai fatti, dalle intercettazioni e dai loro comportamenti. Non ci dimentichiamo che Martina alcune ore dopo era preoccupata per l’esame che doveva dare all’Università. Questo è il suo amore che nutriva verso mio figlio. E Maria Pezzillo, come emerge dalle intercettazioni telefoniche, appena due giorni dopo la morte di Marco parlando con i parenti ha detto che sono stati spostati i soldi dal conto del marito a quello suo. Da queste cose si intravede tanta malizia». 

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