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Port Hospital, ci provano da Roma

Port Hospital, ci provano da Roma

Nel 2006 un gruppo di medici e professionisti civitavecchiesi presentò l’idea all’allora presidente Moscherini. Oggi c’è chi arriva in città cercando di fare business con un punto di primo soccorso nello scalo con una azienda senza storia né credenziali. Una società inattiva del liquidatore della Sigesa, che ha un contenzioso da 300.000 euro con le suore del Santa Rita, ha presentato domanda all’Adsp

CIVITAVECCHIA – Ricordate il Port Hospital, il progetto presentato nel 2006 da un gruppo di medici locali all’allora presidente del porto Gianni Moscherini ?
L’idea fece discutere da subito: si trattava di un piano molto interessante sia per lo scalo, visto che per la prima volta in un porto si offrivano servizi sanitari all’avanguardia ai crocieristi, sia per la città, dato che il San Paolo sarebbe stato sgravato di migliaia di casi all’anno che non necessitavano di strutture tipiche per la gestione delle emergenze come quello di un pronto soccorso ospedaliero.
Poi Moscherini si trasferì da Molo Vespucci a Piazzale Guglielmotti, all’Authority arrivò Fabio Ciani, che non brillò per un particolare dinamismo, e del Port Hospital non se ne parlò più. Fino a qualche giorno fa, quando una società romana ha presentato all’Adsp una domanda di concessione demaniale per un’area di circa 250 metri quadrati nella parte a nord del porto, dove impiantare un punto di primo di intervento.
Insomma, cambia il nome, ma la sostanza resta quella dell’idea elaborata oltre 10 anni fa. Però stavolta non si tratta di medici, operatori e imprenditori civitavecchiesi, ma di una società romana, il cui socio unico peraltro è conosciuto anche nello scalo.
La Simone medical service srl infatti è una azienda con un unico socio, che coincide con l’amministratore unico, costituita a febbraio 2018 a Civitavecchia (benché la sede risulti a Roma) e che ad oggi risulta inattiva e senza personale. Il socio e amministratore è anche liquidatore della Sigesa (acronimo di Simone Gestioni Sanitarie), la società che gestiva l’istituto Santa Rita, la rsa per anziani sulla via Aurelia a cavallo della cirscoscrizione portuale e con la quale le suore dell’istituto hanno in essere in contenzioso per il mancato pagamento del canone di locazione per circa 300.000 euro. 
Proprio per quel contratto, le religiose rischiarono di decadere dalla concessione demaniale dell’Adsp, non avendo mai comunicato a Molo Vespucci l’esistenza del contratto con la Sigesa, che di fatto si poneva come una sorta di sub concessionario, che poi a sua volta entrò in contenzioso con le stesse suore per i canoni di locazione.
Oggi, dunque, lasciata la gestione della Rsa, l’imprenditore Simone ci riprova, magari facendo leva su chi ha tentato di aiutarlo anche nel recente passato nel rapporto con Molo Vespucci, cercando di eliminare le suore del Santa Rita, e oggi cerca di sostenerlo nel riproporre la vecchia ma sempre valida idea del Port Hospital.
Bisognerà vedere se saranno presentate altre domande in concorrenza e comunque come potrà l’Adsp valutare positivamente la proposta di una azienda inattiva, con capitale minimo e senza personale e quindi know how in un settore che invece presuppone la presenza di elevata professionalità, investimenti e tecnologie all’avanguardia, per non  parlare di affidabilità, in ogni senso, già comprovata da precedenti esperienze, avendo a che fare con interventi sulla salute di pazienti di diverse nazionalità, ossia un ambito più che delicato che richiede in primis una storia specifica di qualsiasi azienda o imprenditore che volesse realizzare un progetto così importante ed ambizioso.

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